Il 29 agosto 2025 Bohemian Rhapsody ha fatto qualcosa che in cinquant’anni non le era mai successo: ha cambiato lingua con il permesso di chi la custodisce. La versione in isiZulu del Ndlovu Youth Choir è la prima traduzione commerciale ufficialmente autorizzata del brano, con il via libera di Brian May, Roger Taylor e del Mercury Phoenix Trust. È anche un ponte tra l’Africa in cui è nato Freddie Mercury, a Zanzibar, e quella di oggi.
Il sì di May, Taylor e del Trust
Finora nessuna traduzione del brano aveva ottenuto un’approvazione ufficiale. Ralf Schmitt, direttore artistico del coro, racconta che il permesso è arrivato dai due Queen ancora in vita e dalla fondazione nata in memoria di Mercury. Il coro ha scelto una strada rischiosa. Invece di mandare un semplice demo audio, ha realizzato e inviato un video completo, già pronto per la pubblicazione. La scommessa ha pagato.
«Abbiamo capito che saremmo stati la prima traduzione pubblicata commercialmente… Siamo molto onorati di aver ottenuto il permesso», ha detto Schmitt.
Da un’idea nata in Tanzania a un video “regale”
L’idea è nata mentre il coro lavorava in Tanzania, dove la storia di Farrokh Bulsara, il vero nome di Mercury, è ancora molto sentita. Da lì il progetto è cresciuto fino a diventare quel ponte simbolico, e il video lo racconta con costumi tradizionali sudafricani, toni dorati e un’estetica che richiama le cerimonie di corte più di un palco rock.
Il video è stato pubblicato sul canale YouTube del coro intorno al 30 agosto 2025. Le sezioni del brano originale ci sono tutte, con momenti solistici che ne seguono la struttura “a atti”. C’è anche un intento quasi politico: restituire all’Africa una canzone scritta da un artista africano, ma letta quasi sempre in chiave britannica e rock.
Anni di lavoro sulle parole
Il testo è stato tradotto da Sandile Majola, con grande cura e restando il più fedele possibile all’originale.
«Cantare questa canzone nella mia lingua le ha dato un significato completamente nuovo», racconta.
Il lavoro è andato avanti per anni, tra continui aggiustamenti fra significato, ritmo e cantabilità. La difficoltà maggiore è stata la lunghezza delle parole. La solista Lungelo Masango, che prima del progetto non conosceva né la canzone né i Queen, spiega che le parole zulu sono lunghissime e vanno scelte con attenzione perché il messaggio non cambi. Sillabe, accenti e respiri hanno dovuto adattarsi alla musica senza spezzarla. Alcune parti sono rimaste in inglese, a cominciare da «Galileo, Galileo!», considerato intraducibile per il suo valore iconico e per la funzione ritmica nella sezione operistica. Il risultato è un adattamento, un incontro fra due mondi linguistici.
Isicathamiya, kwassa kwassa e call-and-response
Il coro non si è limitato a tradurre: ha rimesso il brano dentro le proprie tradizioni musicali. Il riferimento principale è l’isicathamiya, lo stile corale delle township sudafricane reso famoso nel mondo dai Ladysmith Black Mambazo, fatto di armonie strette, dinamiche controllate e una certa solennità.
Ci sono poi tocchi di kwassa kwassa, il ritmo danzante di origine congolese, e sezioni più ampie di call-and-response, il dialogo fra voci tipico della musica africana, che si sposa bene con la natura già teatrale del pezzo. La progressione resta quella che conosciamo, dalla ballata al caos operistico fino al finale rock, ma il fraseggio è corale e africano.
Un anniversario importante
L’uscita si inserisce nei festeggiamenti per i cinquant’anni di Bohemian Rhapsody, pubblicata come singolo il 31 ottobre 1975. Per l’occasione sono arrivate edizioni speciali in vinile trasparente blu del singolo e di A Night at the Opera, oltre a contenuti dedicati alle esibizioni dal vivo.
Il brano restò nove settimane al primo posto in Regno Unito tra il 1975 e il 1976 e tornò in vetta dopo la morte di Mercury, nel 1991. Nel 2022 è entrato nel National Recording Registry della Library of Congress.
Dal Limpopo al mondo
Il Ndlovu Youth Choir viene dalla provincia rurale del Limpopo, in Sudafrica, ed è diventato noto a livello internazionale con la finale di America’s Got Talent nel 2019. Da allora si esibisce in tutto il mondo, riarrangiando successi pop con sensibilità africana.
La versione isiZulu è stata accolta bene dalla stampa: NPR ha scritto che il brano trova una nuova voce in lingua zulu. Il singolo fa parte dell’EP From Limpopo To The World (2025), dove come autore resta Freddie Mercury, a conferma che si tratta di un adattamento autorizzato e non di una semplice cover.
Perché “conta”
Per la prima volta un inno del rock mondiale torna a una lingua africana con il consenso pieno di chi ne detiene l’eredità. In un periodo in cui ci si chiede chi abbia il diritto di raccontare quali storie, il coro mostra che un classico si può onorare senza imbalsamarlo, aprendolo a nuove voci e tradizioni. Schmitt l’ha definito un «lavoro d’amore», e non è un modo di dire. Questa Bohemian Rhapsody in isiZulu è la restituzione di un brano al continente a cui Mercury appartiene per nascita.
Un capolavoro non ha barriere
Forse, però, c’è qualcosa di ancora più importante in questa storia. Perché ascoltare Bohemian Rhapsody cantata in isiZulu significa rendersi conto che, dopo cinquant’anni, quella canzone non appartiene più soltanto a chi l’ha scritta, a chi l’ha cantata per la prima volta o a chi l’ha trasformata in uno dei simboli più riconoscibili della storia del rock. Appartiene a chiunque riesca a sentirla.
È questo, in fondo, il destino dei grandi capolavori: smettere, con il tempo, di appartenere a qualcuno per diventare patrimonio di tutti. Freddie Mercury era nato a Zanzibar, da una famiglia di origine parsi, era cresciuto tra culture diverse e aveva trovato in Gran Bretagna il luogo nel quale trasformare quelle esperienze in musica. Cinquant’anni dopo, quella stessa musica torna idealmente in Africa e viene cantata in una lingua che Freddie non avrebbe potuto conoscere. Eppure funziona.
Funziona perché la musica possiede una cosa che le parole, da sole, spesso non hanno: la capacità di attraversare ciò che ci divide. Attraversa le lingue.
Attraversa le generazioni. Attraversa i continenti. Attraversa persino il tempo. Le parole possono cambiare. Gli arrangiamenti possono cambiare. Le voci possono essere diverse. Persino il modo di vivere una canzone può cambiare completamente.
Ma quando quelle prime note arrivano, qualcosa rimane. Ed è forse proprio questo il senso più profondo di Bohemian Rhapsody in isiZulu: non una traduzione, ma una nuova vita.
Un ragazzo nato a Zanzibar scrive una canzone che nel 1975 sembra quasi impossibile da classificare. Cinquant’anni dopo, un coro del Limpopo la prende, la traduce, la reinventa e la restituisce al mondo. Non è più soltanto una canzone inglese. Non è soltanto una canzone britannica. Non è soltanto una canzone rock. È una canzone che ha trovato un’altra casa senza perdere la propria. E forse è proprio qui che si misura la grandezza di un capolavoro.
Un capolavoro non ha barriere. Non ha confini. Non ha una sola lingua.
Un capolavoro appartiene a tutti coloro che, in qualunque parte del mondo e in qualunque lingua, riescono ancora a chiudere gli occhi, ascoltare e provare qualcosa. Perché alla fine la musica non chiede da dove vieni. Non chiede quale lingua parli. Non chiede quale sia il tuo confine. La musica chiede soltanto di essere amata.
E quando una canzone riesce a farlo per cinquant’anni, attraversando generazioni, continenti e culture, allora non è più soltanto una canzone. È diventata di tutti.