A 77 anni il batterista dei Queen torna con Violence Insane In A Beautiful World, un album che parla di guerra, odio, ambiente, amore e solitudine. Ma soprattutto di una cosa che rischiamo di dimenticare: la gentilezza.
Ci sono musicisti che, arrivati a una certa età, scelgono di guardarsi indietro. Roger Taylor, invece, continua a guardare avanti.
A 77 anni avrebbe tutto il diritto di vivere di rendita sul proprio passato. Ha suonato nei Queen, ha scritto canzoni che sono diventate parte della storia del rock, ha attraversato più di mezzo secolo di musica. Potrebbe tranquillamente limitarsi a celebrare ciò che è stato. E invece pubblica un nuovo album. E, cosa ancora più interessante, sceglie di parlare del mondo in cui viviamo.
Il 18 settembre 2026 è arrivato Violence Insane In A Beautiful World, il settimo album solista di Taylor, a cinque anni da Outsider. Dieci canzoni che mettono insieme rock, elettronica, atmosfere più intime, momenti quasi corali e una buona dose di sarcasmo. Ma soprattutto dieci canzoni unite da una domanda: come possiamo continuare a vivere in un mondo così bello mentre facciamo di tutto per rovinarlo?
Un titolo che dice già tutto
Il titolo dell’album è quasi una frase. Violence Insane In A Beautiful World. La violenza folle dentro un mondo bellissimo.
Taylor non ha nascosto il significato del progetto. Ha parlato delle guerre, dell’inquinamento, della plastica nei mari, dell’odio legato alle religioni e di una violenza che percepisce come sempre più presente. Ma c’è una seconda parte del messaggio, forse ancora più importante. La speranza.
Per Taylor, infatti, la parola chiave è kindness: gentilezza. Non è un disco costruito sulla disperazione. È piuttosto un disco che osserva il caos e prova a ricordarci che esiste ancora la possibilità di comportarsi diversamente. Ed è questo che rende il progetto più interessante di quanto possa suggerire un titolo così duro.
Roger Taylor non vuole fare il “nuovo Queen”
La prima cosa da chiarire è che Violence Insane In A Beautiful World non cerca di essere un nuovo capitolo della storia dei Queen. Come accaduto anche per i passati lavori da solista, è per i dischi dei Cross, Taylor vuole essere libero di essere Taylor.
Lo dimostra anche la varietà musicale del disco. Lui stesso ha raccontato di amare l’eclettismo dei Beatles, soprattutto quello degli album successivi a Revolver, nei quali non si sapeva mai cosa sarebbe arrivato dopo. È una filosofia che, del resto, apparteneva anche ai Queen: mescolare stili, cambiare registro, non avere paura di sorprendere. Così il disco passa dal rock più aggressivo a momenti elettronici, dalle atmosfere quasi industriali alle ballate, fino alle aperture corali del Ndlovu Youth Choir. Non tutto è necessariamente omogeneo. Ma forse non deve esserlo. Perché anche il mondo raccontato da Taylor non lo è.
La bellezza arriva dall’Africa
Uno degli elementi più affascinanti del disco è la presenza del Ndlovu Youth Choir, il coro sudafricano di Limpopo diventato famoso anche per la sua straordinaria versione in lingua zulu di Bohemian Rhapsody. Il coro compare in tre brani: A Beautiful World, Come On Summer (It’s Party Time) e A Great Big Beautiful World (reprise). E non è un semplice abbellimento. Le loro voci cambiano letteralmente la dimensione dei brani.
Taylor ha raccontato che l’idea di coinvolgerli è nata proprio dopo aver ascoltato la loro interpretazione di Bohemian Rhapsody. E secondo il musicista, il loro intervento ha dato alle canzoni “una nuova dimensione”. È quasi come se, per parlare della bellezza del mondo, Roger avesse sentito il bisogno di allargare la propria voce. Da solo non bastava. Serviva un coro.
A Beautiful World: guardare la Terra da lontano
L’album comincia con A Beautiful World. Ed è una scelta significativa. Taylor ha spiegato di aver immaginato il brano dal punto di vista di un essere che osserva la Terra dallo spazio: da lontano vede un pianeta straordinariamente bello; avvicinandosi, però, scopre guerre, violenza, problemi e contraddizioni. È un’immagine semplice, quasi cinematografica. Ma funziona.
Perché a volte abbiamo bisogno di allontanarci dalle nostre piccole guerre quotidiane per capire quanto sia assurdo ciò che stiamo facendo. La Terra, vista da lontano, non ha confini politici. Non ha religioni. Non ha ideologie. È semplicemente una casa.
Poi arriva la violenza
Il passaggio a Violence Insane è quasi brutale. La title track rappresenta il lato più oscuro dell’album e affronta direttamente quella sensazione di follia che attraversa il mondo contemporaneo. È il momento in cui Taylor smette di osservare e comincia a reagire. La rabbia diventa musica. E proprio questa alternanza tra rabbia e speranza rappresenta il cuore dell’intero disco.
What Really Matters: alla fine cosa rimane?
Poi arriva una delle domande più importanti dell’album.
What Really Matters.
Cosa conta davvero?
È una domanda che assume un significato particolare ascoltata dalla voce di un uomo che ha trascorso più di cinquant’anni nel mondo della musica. Successo, fama, soldi, riconoscimenti. Tutto passa. Quello che rimane, secondo Taylor, è qualcosa di molto più semplice: la capacità di essere gentili. È un messaggio quasi disarmante. E forse proprio per questo funziona.
Anche i social finiscono sotto accusa
Con Don’t Photograph Food Taylor cambia completamente tono. E lo fa con ironia. Il bersaglio è la nostra ossessione per fotografare tutto: quello che mangiamo, dove siamo, cosa compriamo, cosa facciamo. Una canzone apparentemente leggera che nasconde una riflessione piuttosto seria: siamo ancora capaci di vivere qualcosa senza sentire il bisogno di mostrarla?
Roger Taylor non ha bisogno di dare una risposta. Gli basta una battuta. E il bersaglio è centrato.
I See You Now: dopo il mondo, la persona che ami
Poi il disco si ferma. O almeno sembra farlo. Con I See You Now, Taylor abbandona per qualche minuto il mondo intero e torna alla dimensione più privata possibile. L’amore.
La canzone è legata al rapporto con la moglie Sarina ed è uno dei momenti più intimi del progetto. Il brano è stato pubblicato come singolo ad agosto, accompagnato da un video in bianco e nero realizzato da Sarina Taylor e Simon Lupton. Ed è forse qui che l’album diventa più umano. Perché puoi parlare del pianeta, delle guerre, della politica e della società. Ma alla fine tutto torna sempre alle persone. A quelle che amiamo. A quelle che vogliamo proteggere.
La politica entra in Chump
Con Chump il tono torna a farsi duro. Il brano non fa nomi: ritrae un uomo senza morale, vuoto e privo di empatia, e la critica lo ha letto soprattutto come un attacco a Donald Trump, anche se Taylor non lo ha mai confermato. Nelle interviste legate all’album, però, il musicista ha espresso una forte preoccupazione per l’ascesa di Nigel Farage, e il brano si inserisce in questo clima. Taylor non cerca mediazioni: è una presa di posizione personale, non una generica canzone di protesta.
Spit In His Eye: la rabbia diventa resistenza
Il discorso prosegue con Spit In His Eye, un altro brano caratterizzato da un atteggiamento di sfida. Ma c’è una differenza importante. La rabbia non sembra essere il punto di arrivo. È il carburante. La vera domanda è cosa fare dopo aver riconosciuto ciò che non funziona. Ed è qui che il disco torna alla sua idea centrale: non arrendersi.
John Lennon entra nel disco
Tra le dieci canzoni, Taylor inserisce una sola composizione non sua. Jealous Guy di John Lennon. Una scelta affascinante, perché il brano introduce un’altra forma di violenza: quella emotiva. Non le guerre, non la politica. Non la distruzione del pianeta. La gelosia. L’insicurezza. La paura di perdere qualcuno. Taylor la interpreta senza cercare di trasformarla in qualcos’altro. E forse è proprio questo il suo punto di forza: lascia che una delle grandi canzoni di Lennon trovi un nuovo spazio all’interno del tema generale dell’album.
E poi arriva l’estate
A questo punto potrebbe sembrare che il disco non abbia più spazio per la leggerezza. E invece arriva Come On Summer (It’s Party Time). Il titolo è già una piccola rivoluzione. Dopo guerre, odio, violenza, politica e crisi ambientale, Taylor ci dice semplicemente: facciamo festa.
Il brano, pubblicato come primo singolo e realizzato con il Ndlovu Youth Choir, è probabilmente il momento più luminoso dell’intero album. E forse non è affatto una contraddizione. Se il mondo è fragile, allora vale ancora di più la pena celebrarlo.
La bellezza ritorna alla fine
L’ultimo brano è A Great Big Beautiful World (reprise). Ancora il coro. Ancora la bellezza. E così il disco torna esattamente dove era cominciato. È quasi un cerchio. Si parte osservando un pianeta bellissimo. Si attraversano violenza, politica, rabbia, amore e ironia. E alla fine si torna alla stessa consapevolezza: quel mondo bellissimo è ancora lì.
Sta a noi decidere cosa farne.
Un disco perfetto? No. Ed è forse proprio questo il punto
Le prime recensioni hanno evidenziato aspetti diversi dell’album. C’è chi ha apprezzato soprattutto la coerenza del messaggio e la varietà musicale, mentre altre letture hanno sottolineato alcune disomogeneità sonore. La Repubblica, per esempio, ha messo in evidenza il carattere ibrido delle produzioni e soprattutto la forza dei momenti in cui entra il Ndlovu Youth Choir. Altre recensioni hanno invece sottolineato la compattezza tematica del lavoro. Ed è probabilmente giusto che sia così. Perché Violence Insane In A Beautiful World non sembra nato per dimostrare che Roger Taylor è ancora capace di fare un grande disco. Non ne ha bisogno. È nato perché Roger Taylor aveva ancora qualcosa da dire. E questa è una differenza enorme.
A 77 anni, Roger Taylor guarda ancora avanti
Il tour britannico partirà il 21 settembre da Newcastle e toccherà poi Edimburgo, Birmingham, Manchester, Londra e Swansea. Saranno le sue uniche date britanniche del 2026. Sul palco ci saranno anche Spike Edney, Tyler Warren, Tina Keys, Neil Fairclough e Christian Mendoza, la formazione già coinvolta nel tour di Outsider. Ma al di là dei concerti, delle recensioni e delle classifiche, c’è qualcosa che resta.
Roger Taylor avrebbe potuto passare questi anni a raccontarci quanto sono stati grandi i Queen. Avrebbe potuto vivere dentro la nostalgia. Avrebbe potuto guardare continuamente nello specchietto retrovisore. Invece ha scelto di fare un album sul presente. Sul mondo che vede oggi. Sulle cose che lo preoccupano. Sulle persone che ama. E perfino sulle cose che lo fanno arrabbiare.
Forse è proprio questo il significato più profondo di Violence Insane In A Beautiful World. Non l’illusione che il mondo possa diventare perfetto. Ma la consapevolezza che, nonostante tutto, è ancora abbastanza bello da meritare di essere salvato.
E forse, dopo una vita passata a fare rumore dietro una batteria, Roger Taylor oggi ci sta dicendo qualcosa di sorprendentemente semplice. Che il rumore più importante, alla fine, è quello che facciamo quando decidiamo di non restare indifferenti. Il mondo è bellissimo. Non roviniamolo.