18 settembre 1976: il giorno in cui i Queen diventarono una grande band
Una folla immensa, un concerto gratuito, un palco nel cuore della capitale. E una band che, proprio mentre sembrava aver conquistato il mondo, doveva ancora dimostrare qualcosa al proprio Paese.
Ci sono concerti che appartengono alla storia perché sono stati registrati, pubblicati, trasformati in dischi o filmati. E poi ci sono concerti che appartengono alla storia semplicemente perché, per una sera, qualcosa accadde.
Il 18 settembre 1976, a Hyde Park, qualcosa accadde davvero.
I Queen salirono su un palco davanti a una delle folle più imponenti mai riunite per un concerto rock a Londra. Non c’erano biglietti da pagare, non c’era un album dal vivo da vendere, non c’era ancora il Live Aid all’orizzonte. C’era una band che aveva appena attraversato la propria prima grande esplosione internazionale e che tornava a suonare nel cuore della propria città. Davanti a loro, secondo le stime più accreditate, tra 150.000 e 200.000 persone.
Era il momento in cui i Queen smettevano definitivamente di essere soltanto una grande rock band britannica. Stavano diventando qualcosa di molto più grande.
Il ritorno a casa
Il 1976 era stato un anno particolare per i Queen. Il successo di A Night at the Opera e soprattutto quello di Bohemian Rhapsody avevano trasformato il gruppo in un fenomeno internazionale. La canzone aveva superato qualsiasi previsione, diventando uno dei singoli più importanti della storia del rock britannico. Ma il successo internazionale non cancellava una domanda che, per i quattro musicisti, rimaneva particolarmente importante: quanto erano davvero grandi in patria?
Hyde Park avrebbe fornito una risposta. Il concerto arrivava inoltre in una data dal forte valore simbolico. Il 18 settembre 1970 era morto Jimi Hendrix. Sei anni esatti dopo, nello stesso giorno, un altro chitarrista destinato a diventare un’icona del rock britannico si trovava su un palco londinese davanti a una folla sterminata: Brian May. Il paragone con Hendrix era inevitabile, soprattutto per una stampa abituata a cercare eredi, successioni e nuovi protagonisti. Ma i Queen non erano gli eredi di nessuno. Erano già diventati i Queen.
Un concerto nato da un’idea semplice: dire grazie
L’idea di trasformare Hyde Park in un gigantesco concerto gratuito nasceva dalla volontà della band di restituire qualcosa al proprio pubblico dopo gli straordinari risultati ottenuti all’estero. La formula era semplice e, proprio per questo, potentissima: un grande concerto gratuito per tutti.
L’evento venne organizzato con il coinvolgimento di Richard Branson, allora un giovane imprenditore nel pieno della costruzione dell’universo Virgin e ancora lontanissimo dall’immagine del magnate globale che avrebbe assunto negli anni successivi. La sua presenza contribuì alla macchina organizzativa, promozionale e logistica dell’evento, inserendosi in una collaborazione che non significava però un passaggio dei Queen alla Virgin: la band rimaneva infatti legata alla EMI. Per Branson, Hyde Park rappresentava soprattutto una straordinaria occasione di visibilità. Per i Queen, invece, significava qualcosa di diverso. Significava misurarsi con Londra. E Londra non era un pubblico qualsiasi.
Nove settimane per costruire una città nella città
Organizzare un concerto per qualche migliaio di persone è complicato. Organizzarlo per una folla che può superare le 150.000 unità è quasi un esercizio di ingegneria sociale.
Hyde Park doveva diventare, per una giornata, una gigantesca macchina dello spettacolo: palco, impianto audio, illuminazione, sicurezza, personale, servizi e gestione del deflusso. E c’era un problema ulteriore. L’estate del 1976 era stata caratterizzata da una delle peggiori siccità della storia britannica. Il prato di Hyde Park era già in condizioni difficili e le autorità temevano che l’arrivo di una folla gigantesca potesse provocare danni seri. L’autorizzazione arrivò dopo settimane di discussioni e preparativi. Brian May avrebbe ricordato anche l’impegno economico sostenuto direttamente dalla band, con i Queen chiamati a contribuire in maniera significativa ai costi dell’organizzazione. Il paradosso era evidente: un concerto gratuito poteva costare una fortuna. Ma i Queen non stavano cercando di guadagnare da Hyde Park. Stavano cercando di dimostrare qualcosa.
Il giorno della folla
La gente cominciò ad arrivare molto prima del tramonto. Hyde Park si trasformò progressivamente in un enorme mare umano. Il pubblico non era lì soltanto per i Queen. Prima della band principale si sarebbero esibiti alcuni degli artisti inseriti nel programma della giornata, tra cui la Kiki Dee Band, Steve Hillage e Supercharge.
Per molti spettatori, la giornata cominciò quindi al mattino. Il concerto sarebbe arrivato soltanto dopo ore di attesa. E, viste le dimensioni dell’area, una parte enorme di quella folla avrebbe avuto un rapporto quasi esclusivamente sonoro con lo spettacolo. Perché a Hyde Park non si poteva davvero vedere tutto. Si poteva però sentire tutto. E questo, nel rock degli anni Settanta, poteva essere sufficiente.
Quando Freddie apparve
Alle 20:15 circa, secondo la ricostruzione della scaletta conservata da Setlist.fm, il palco fu finalmente dei Queen. Il sole era ormai calato. Ed era esattamente quello che la band voleva. Il buio avrebbe trasformato il palco in qualcosa di completamente diverso: luci, amplificazione e scenografia potevano finalmente lavorare insieme. Poi arrivò Freddie. Il completo bianco che indossava contribuiva a renderlo riconoscibile anche a enorme distanza. Non era soltanto una scelta estetica. Era quasi una necessità. Davanti a una folla di quelle dimensioni, il frontman doveva diventare un punto visivo. Freddie Mercury lo sapeva già. Aveva capito che il cantante rock degli anni Settanta non poteva più limitarsi a stare davanti a un microfono. Doveva occupare lo spazio. E Freddie lo occupava tutto.
La scaletta del concerto
La scaletta di Hyde Park è oggi particolarmente interessante perché fotografa i Queen in un momento di transizione. Da una parte c’è il repertorio che li aveva costruiti: Queen, Queen II, Sheer Heart Attack e A Night at the Opera.
Dall’altra c’è il futuro. Il futuro ha già un titolo: A Day at the Races. L’album sarebbe uscito soltanto nel dicembre dello stesso anno, ma a Hyde Park i Queen presentarono già “You Take My Breath Away”, offrendo al pubblico britannico uno sguardo su quello che sarebbe arrivato pochi mesi dopo. La scaletta comprendeva:
A Day at the Races Intro
Bohemian Rhapsody – sezioni operistica e rock
Ogre Battle
Sweet Lady
White Queen (As It Began)
Flick of the Wrist
You’re My Best Friend
Bohemian Rhapsody – ballad
Killer Queen
The March of the Black Queen
Bohemian Rhapsody – reprise
Bring Back That Leroy Brown
Brighton Rock
Son and Daughter
Guitar Solo
Son and Daughter – reprise
’39
You Take My Breath Away
The Prophet’s Song
Stone Cold Crazy
Keep Yourself Alive
Liar
In the Lap of the Gods… Revisited
È una scaletta che oggi racconta molto più di una semplice serata. Racconta chi erano i Queen prima di diventare i Queen che conosciamo. Non ci sono ancora We Will Rock You, We Are the Champions, Somebody to Love o Don’t Stop Me Now. Il futuro non è ancora arrivato. Ma è già lì, dietro le quinte.
“You take my breath away”: il momento più intimo
In mezzo a quella gigantesca celebrazione rock c’è un momento quasi straniante per la sua intimità. Freddie Mercury si siede al pianoforte. E canta “You Take My Breath Away”.
La folla di Hyde Park, per qualche minuto, sembra diventare improvvisamente più piccola. È uno dei momenti più interessanti dell’intero concerto perché dimostra che la forza dei Queen non dipendeva soltanto dalla spettacolarità. Mercury poteva tenere in pugno una folla enorme anche senza urlare, senza correre, senza trasformare ogni secondo in un gesto teatrale. Gli bastavano una voce e un pianoforte. Ed è proprio questo uno degli aspetti che rende Hyde Park così importante nella mitologia dei Queen: la band non sta semplicemente mostrando quanto può essere rumorosa. Sta mostrando quanto può essere grande.
Il concerto finisce ma… il pubblico non vuole andarsene
Il problema arriva alla fine. I Queen hanno superato il tempo previsto. Il concerto è durato circa un’ora e venti minuti e la band avrebbe voluto tornare sul palco per un bis decisamente più esplosivo, con brani come “Now I’m Here”, “Big Spender” e “Jailhouse Rock”.
Ma non ci sarà nessun bis. Le autorità impongono il rispetto del coprifuoco. Il messaggio è chiaro: se i Queen tornano sul palco, potrebbero esserci delle gravi conseguenze. La band deve arrendersi. E così, dopo “In the Lap of the Gods… Revisited”, lo spettacolo termina. Non con un’esplosione finale. Non con la tradizionale “God Save the Queen”. Non con un ultimo saluto. Semplicemente, finisce. È quasi una beffa narrativa. Una delle folle più grandi mai viste a Londra per un concerto rock chiede ancora musica. Ma la musica, quella sera, non può più continuare. Sarà Bob Harris ad annunciare al pubblico che lo spettacolo è terminato.
Il buio dopo la musica
La fine dello spettacolo fu tutt’altro che cinematografica. L’impianto elettrico venne progressivamente spento e il pubblico dovette cominciare a defluire dal parco. Per le autorità, la priorità era ormai una sola: portare fuori quella massa di persone in sicurezza. Nonostante le dimensioni della folla, la giornata non degenerò nella situazione caotica che molti avrebbero potuto temere. E proprio questo rappresentò uno degli aspetti più sorprendenti dell’evento. Hyde Park aveva appena dimostrato che una folla gigantesca poteva essere gestita anche senza trasformare un concerto rock in un’emergenza. Ma soprattutto aveva dimostrato che il pubblico dei Queen era ormai qualcosa di molto più grande del pubblico di una singola band. Era una comunità.
Il concerto che non abbiamo mai potuto vedere davvero
C’è un ultimo paradosso nella storia di Hyde Park. Il concerto fu filmato. Eppure non possediamo un film ufficiale completo dello spettacolo. Alcune immagini sono sopravvissute e sono state utilizzate nel corso degli anni, mentre il materiale circolato tra collezionisti e appassionati ha avuto una storia complessa e una qualità spesso tutt’altro che ideale.
Una parte delle immagini è però diventata celebre. È quella utilizzata nel videoclip di “Somebody to Love”, realizzato nel 1976 e costruito mescolando una performance filmata in studio con immagini del concerto di Hyde Park. Ed è un dettaglio straordinariamente significativo. Perché mentre i Queen stavano preparando il loro nuovo singolo, stavano anche utilizzando quelle immagini per raccontare al pubblico una cosa molto semplice: guardate quanta gente c’era. La folla diventa quasi un quinto componente della band.
Hyde Park e la nascita della “Queen Experience”
A distanza di cinquant’anni, è facile leggere Hyde Park come una semplice anticipazione di quello che sarebbe successo nel decennio successivo. Ma sarebbe riduttivo. Il vero significato di quella giornata sta nel fatto che i Queen stavano già sperimentando una dimensione che avrebbe definito tutta la loro carriera futura. Il palco non era più semplicemente il luogo in cui suonare. Era diventato un luogo da conquistare. La band aveva imparato a lavorare sulla distanza. Sul gesto. Sulla teatralità. Sulla relazione diretta tra il frontman e una folla che poteva ormai contare centinaia di migliaia di persone.
Freddie Mercury, soprattutto, aveva iniziato a trasformare il pubblico in parte integrante dello spettacolo. Il meccanismo che nel 1985 esploderà al Live Aid è già riconoscibile. Non ancora perfezionato. Non ancora diventato leggenda. Ma già presente.
Quando nel 1985 Freddie Mercury salirà sul palco di Wembley, il mondo parlerà della sua capacità di conquistare uno stadio in pochi minuti. A Hyde Park, nove anni prima, quella capacità era ancora in fase di costruzione. La differenza è fondamentale. Nel 1976 Freddie non dispone ancora del repertorio degli anni Ottanta. Non ha We Will Rock You. Non ha We Are the Champions. Non ha Radio Ga Ga. Non ha I Want to Break Free. Eppure riesce già a trasformare una folla gigantesca in un pubblico personale. È questo il vero miracolo di Hyde Park. Non il numero degli spettatori. Non la gratuità dell’evento. Non la dimensione del palco…. Ma il controllo della distanza.
Freddie riesce a far sentire vicino chi è lontanissimo. Ed è probabilmente questa la qualità che, più di ogni altra, avrebbe reso i Queen una band irripetibile dal vivo.
Il giorno in cui i Queen capirono di essere diventati ‘grandi’
Hyde Park non fu semplicemente un concerto gratuito. Fu un test. E i Queen lo superarono. Fino a quel momento erano stati una band in straordinaria ascesa, capace di produrre dischi ambiziosi, singoli imprevedibili e spettacoli sempre più spettacolari. Dopo Hyde Park erano qualcosa di diverso. Erano una band capace di riempire uno spazio che apparteneva alla storia stessa della musica britannica.
Il pubblico era arrivato in massa. La band aveva suonato. La città aveva ascoltato. E quando tutto finì, nessuno poteva più considerare i Queen semplicemente una delle tante grandi band emerse dalla scena britannica degli anni Settanta. Erano ormai entrati in un’altra categoria. Quella delle band capaci di trasformare un concerto in un evento collettivo.
Quando il palco diventa mito
Forse è proprio per questo che Hyde Park 1976 continua a esercitare un fascino particolare. Non è il concerto dei Queen meglio documentato. Non è il più famoso. Non è quello con la scaletta più iconica. E non è nemmeno quello che ha lasciato al pubblico il finale più soddisfacente.
È, in qualche modo, un concerto incompleto. Mancano il bis. Manca un film ufficiale completo. Manca la celebrazione finale. Manca persino quella distanza storica che permette di sapere, mentre si guarda, cosa succederà dopo. E forse è proprio questa incompletezza a renderlo così affascinante. Perché il 18 settembre 1976 nessuno sapeva ancora che nove anni dopo Freddie Mercury avrebbe conquistato Wembley davanti alle telecamere di tutto il mondo. Nessuno sapeva che i Queen sarebbero diventati una delle band più importanti della storia del rock.
A Hyde Park c’erano soltanto quattro musicisti su un palco e una folla enorme davanti a loro. Ma quella sera, per la prima volta, la grandezza dei Queen smise di essere una promessa e diventò una realtà visibile. Londra aveva finalmente risposto. E la risposta era arrivata in forma di applauso, di urla e di centinaia di migliaia di persone. Il concerto finì. La leggenda, invece, era appena cominciata.