C’è una cosa che mi inquieta, ogni volta che guardo un talent show musicale. Non è la televisione. Non è nemmeno la competizione.
È quella sensazione, sempre più difficile da ignorare, che la musica sia diventata il mezzo e il personaggio il fine.
Una volta cercavamo una canzone. Oggi cerchiamo una storia.
Il ragazzo che ha sofferto. La ragazza che ha superato un momento difficile. Quello con il look particolare. Quella con la voce riconoscibile. Quello che “ha qualcosa”. Quella che “buca lo schermo”.
E naturalmente c’è anche la canzone. Ma quasi come elemento accessorio.
Il talento deve essere vendibile
Non voglio fare il nostalgico. Non credo che “una volta fosse tutto meglio”. È una delle bugie più comode che possiamo raccontarci.
Anche cinquant’anni fa l’industria musicale cercava volti, costruiva personaggi, confezionava prodotti. Anche allora esistevano produttori che decidevano chi avrebbe avuto una possibilità e chi no.
La differenza è che oggi quel meccanismo è diventato molto più sofisticato. Non basta più sapere cantare. Devi essere riconoscibile. Devi avere una narrazione. Devi avere un’immagine. Devi generare engagement. Devi funzionare sui social. Devi poter essere raccontato in trenta secondi. E soprattutto devi essere collocabile. Questa è forse la parola più importante.
Col – lo – ca – bi – le.
Perché l’industria non si chiede soltanto:
“È bravo?”
Si chiede:
“Dove lo mettiamo?”
E ancora:
“A chi lo vendiamo?”
“Che pubblico intercettiamo?”
“Qual è la sua storia?”
“Come lo raccontiamo?”
La domanda più pericolosa, invece, sarebbe un’altra:
“Che cosa ha da dire?”
Il personaggio prima dell’artista
È qui che, personalmente, comincio ad avere qualche problema. Perché un artista dovrebbe avere il diritto di essere anche incomprensibile.
Di non funzionare immediatamente. Di avere bisogno di tempo. Di sbagliare. Di cambiare. Di fare un disco che oggi non capisci e che magari tra cinque anni diventerà importante.
La storia della musica è piena di artisti che, se fossero stati sottoposti alle logiche di un casting televisivo contemporaneo, probabilmente avrebbero avuto qualche difficoltà. Penso a David Bowie. A Kate Bush. A Tom Waits. A Nick Cave. A Björk. A Lou Reed. A tanti altri.
Artisti che non erano necessariamente “facili”. Non erano prodotti pronti. Non potevi sempre riassumerli in una storia emozionale da trenta secondi. E forse è proprio questo il punto.
L’arte non nasce necessariamente per essere capita immediatamente. A volte nasce per disturbare. Per spostare qualcosa. Per aprire una porta che non sapevamo nemmeno esistesse.
La storia che fa click
Il problema è che viviamo dentro un’economia dell’attenzione. E i talent show non fanno altro che adattarsi a questa realtà. La storia personale è più facilmente comunicabile della ricerca artistica.
“Ha perso tutto e ora canta.”
Funziona.
“Ha passato dieci anni a studiare armonia, ascoltare dischi, scrivere canzoni, distruggerle e ricominciare.”
Molto meno.
La prima è una storia. La seconda è un percorso. E il percorso, sui social, è molto più difficile da vendere. Così rischiamo di costruire una strana equazione:
emozione = talento.
Ma non è così. Una storia commovente non rende automaticamente grande una canzone. Un trauma non produce automaticamente un artista. Un’infanzia difficile non è una certificazione musicale.
E soprattutto il pubblico non dovrebbe essere costretto a comprare la storia prima ancora di poter ascoltare la musica.
E allora arriva l’intelligenza artificiale
Ed è qui che, per me, la questione diventa interessante. Perché mentre discutiamo continuamente se l’intelligenza artificiale “ucciderà la musica”, forse stiamo guardando il problema dalla parte sbagliata.
Io credo che l’IA possa fare una cosa molto più importante. Può togliere alcuni cancelli. Non tutti. Non può regalarti l’anima. Non può trasformare una persona senza nulla da dire in un grande artista. Non può sostituire l’esperienza, il gusto, la sensibilità, la vita vissuta. Ma può fare qualcosa di straordinariamente democratico: può mettere strumenti potenti nelle mani di persone che fino a ieri non potevano permetterseli. E questa, per me, è una rivoluzione.
Non serve più aspettare che qualcuno ti scelga
Immaginiamo un ragazzo di vent’anni. Scrive canzoni. Non conosce nessuno nell’industria. Non ha un produttore. Non ha uno studio. Non ha soldi per pagare musicisti. Non sa arrangiare. Non sa registrare. Non sa mixare. Non sa come costruire una strategia comunicativa. E soprattutto non sa come farsi ascoltare.
Fino a qualche anno fa, per lui esistevano pochissime strade. Cercare un produttore. Mandare demo. Suonare nei locali. Partecipare a un concorso. Provare un talent. Sperare che qualcuno, da qualche parte, dicesse:
“Questo ragazzo ha qualcosa.”
Oggi può iniziare diversamente. Può usare l’IA come assistente. Può analizzare una struttura armonica. Può confrontare arrangiamenti. Può studiare teoria musicale. Può tradurre un’idea in una produzione più complessa. Può sperimentare. Può chiedere spiegazioni. Può imparare. Può costruire una demo. Può capire perché una registrazione non funziona. Può provare cento strade diverse prima di spendere un euro. E soprattutto può continuare a creare mentre impara.
Questa cosa mi affascina. Perché significa che forse, per la prima volta, possiamo cominciare a separare il talento dall’accesso.
L’IA non deve diventare il nuovo talent show
Attenzione, però. Sarebbe un errore gigantesco trasformare l’IA nel nuovo giudice. Non abbiamo bisogno di un algoritmo che dica:
“Tu sei bravo.”
“Tu no.”
“Questa canzone funzionerà.”
“Questa invece non venderà.”
Se facessimo questo, avremmo semplicemente sostituito tre giudici televisivi con un algoritmo. Stesso problema. Nuovo vestito.
Io penso a un’altra possibilità. L’IA come maestro, non come giudice. L’IA che ti spiega. Che ti aiuta. Che ti fa provare. Che ti suggerisce. Che ti mette davanti agli errori. Che ti permette di imparare più velocemente.
Ma poi lascia a te la decisione. La responsabilità. Il rischio. La follia. Quella cosa meravigliosa che chiamiamo stile.
Perché lo stile non si può automatizzare
Puoi generare una canzone. Puoi generare un arrangiamento. Puoi imitare una sonorità. Puoi chiedere a una macchina di produrre qualcosa che ricordi un determinato periodo musicale.
Ma c’è una cosa che rimane tremendamente difficile da automatizzare: il motivo per cui quella canzone deve esistere. Quello viene dalla vita. Da quello che hai visto. Da quello che hai perso. Da quello che hai amato. Da quello che non hai mai avuto il coraggio di dire.
La tecnologia può aiutarti a trasformare un’idea in una forma. Ma non dovrebbe decidere quale idea merita di esistere. E forse è proprio qui che possiamo trovare un equilibrio.
Io stesso sono parte di questa contraddizione
E c’è un’altra cosa che voglio dire. Io uso l’intelligenza artificiale. La uso per studiare. Per cercare. Per mettere ordine nelle idee. Per confrontare informazioni. Per realizzare immagini. Per provare a raccontare meglio la musica che amo alla radio. E sì, anche per farmi aiutare quando non conosco qualcosa.
Non lo considero un modo per fingere di essere quello che non sono. Al contrario. Per me l’IA è diventata una specie di compagno di studio.
Uno strumento che mi permette di fare cose che probabilmente, da solo, avrei fatto molto più lentamente o forse non avrei fatto affatto. E questa cosa mi ha fatto riflettere.
Perché se una persona come me può usare una tecnologia per imparare, approfondire, studiare e provare a raccontare meglio qualcosa agli altri… perché non dovrebbe poterlo fare anche un ragazzo che vuole scrivere musica?
Perché dovrebbe necessariamente passare da un palco televisivo per dimostrare di meritare un ascolto?
Forse abbiamo confuso la selezione con il talento
Il talent show seleziona. L’algoritmo seleziona. Il mercato seleziona. I social selezionano. Ma la selezione non è il talento.
È soltanto il meccanismo attraverso cui decidiamo chi avrà accesso all’attenzione. E sono due cose completamente diverse. Un artista può essere straordinario e non essere mai selezionato. Può essere fuori moda. Può arrivare troppo presto. Può arrivare troppo tardi.bPuò non avere il fisico televisivo. Può essere introverso.nPuò essere difficile da raccontare. Può non avere una storia strappalacrime. Può semplicemente voler fare musica. E dovrebbe bastare.
Il vero democratizzatore non è la macchina
Forse allora la domanda non è:
“L’intelligenza artificiale sostituirà i musicisti?”
La domanda che dovremmo farci è:
“L’intelligenza artificiale può aiutare più persone a diventare musicisti?”
Io penso di sì. E forse questa è la parte della rivoluzione che dovremmo raccontare di più.
Non l’IA che compone al posto nostro. Ma l’IA che permette a qualcuno di imparare a comporre.
Non l’IA che sostituisce il produttore.mMa l’IA che permette a un ragazzo senza soldi di capire cosa fa un produttore.
Non l’IA che decide quale artista merita un contratto. Ma l’IA che consente a un artista di arrivare al momento del contratto con qualcosa da mostrare.
Non l’IA che elimina l’uomo. L’IA che elimina qualche barriera tra l’uomo e la possibilità di provarci.
E forse dobbiamo tornare ad ascoltare
Perché alla fine di tutto questo c’è una cosa terribilmente semplice. Una canzone. Non la biografia. Non il personaggio. Non il look. Non il video emozionale. Non la storia raccontata prima dell’esibizione. Una canzone.
Tre minuti in cui qualcuno prova a dirti qualcosa. E forse dovremmo tornare lì. Al punto esatto in cui un essere umano prende quello che ha dentro e prova a trasformarlo in suono.
Se è bravo, lo ascolteremo. Se non lo è, magari gli daremo il tempo di imparare. Se ha qualcosa di nuovo da dire, magari ci sorprenderà. Ma non dovrebbe essere necessario passare attraverso un tribunale televisivo per ottenere il diritto di essere ascoltati.
Perché il talento non dovrebbe avere bisogno di un’audizione. E l’artista non dovrebbe essere costretto a diventare un personaggio prima di poter essere un artista.
Forse l’intelligenza artificiale non salverà la musica. Questo non può farlo una macchina. Ma potrebbe salvare qualcosa di altrettanto importante: la possibilità che un ragazzo, una ragazza, un musicista sconosciuto, un autore senza contatti, un creativo senza mezzi… possa finalmente sedersi davanti a un computer, prendere la propria idea ancora informe e dire:
“Vediamo dove possiamo arrivare.”
Senza chiedere permesso. Senza aspettare un giudice. Senza dover raccontare prima tutta la propria vita. Prima la musica. Il resto, eventualmente, venga dopo.