My Angels Are Calling: l’ultimo saluto di Steve Cropper, cantato da Brian May

Tre leggende della chitarra, una canzone sull’ultimo viaggio e un disco arrivato dopo la morte di uno dei grandi architetti della musica americana. In “My Angels Are Calling”, Brian May canta dal punto di vista di Steve Cropper, mentre Billy F. Gibbons firma l’assolo finale. È uno dei momenti più emozionanti di “Watching The Tide”, l’ultimo album di Cropper.

Ci sono canzoni che nascono per essere ascoltate. E ce ne sono altre che, quasi senza volerlo, finiscono per diventare un congedo. My Angels Are Calling appartiene alla seconda categoria.

È il terzo brano di Watching The Tide, l’album postumo pubblicato il 28 agosto 2026 da Steve Cropper & The Midnight Hour, e mette insieme tre nomi che appartengono alla storia della chitarra: Steve Cropper, Brian May e Billy F. Gibbons. May canta e firma il testo insieme a Cropper e agli altri autori del brano; Gibbons interviene con il suo inconfondibile assolo. 

Ma la vera particolarità della canzone è un’altra: Brian May non canta di Steve Cropper. Canta come se fosse Steve Cropper. Ed è proprio questo dettaglio a trasformare una collaborazione tra musicisti leggendari in qualcosa di molto più intimo.

Steve Cropper, l’uomo dietro il suono della Stax

Per capire il peso emotivo di My Angels Are Calling bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo. Steve Cropper, soprannominato “The Colonel”, è stato uno dei grandi protagonisti della musica americana del Novecento. Chitarrista, autore e produttore, fu membro fondatore di Booker T. & the M.G.’s, la band che contribuì a definire il suono della Stax Records.

Il suo stile non aveva bisogno di virtuosismi spettacolari. Cropper costruiva la musica attraverso sottrazione, precisione e groove: poche note, scelte nel posto giusto. Ha suonato e scritto per alcuni dei giganti della soul music, collaborando con artisti come Otis Redding, Wilson Pickett, Sam & Dave e Albert King. E proprio insieme a Redding firmò uno dei brani destinati a diventare un simbolo della musica americana: “(Sittin’ On) The Dock of the Bay”. È una connessione fondamentale per capire Watching The Tide.

L’album, infatti, prende il titolo proprio da quell’immaginario: la marea, il mare, il tempo che passa. Un riferimento che, dopo la morte di Cropper nel dicembre 2025, assume inevitabilmente un significato ulteriore. 

L’ultimo album di Steve Cropper

Watching The Tide nasce come il seguito di Friendlytown, pubblicato nel 2024 e nominato ai Grammy. Cropper aveva ancora qualcosa da dire. Le sessioni si svolsero alla storica RCA Studio C di Nashville, con la produzione di Jon Tiven e la partecipazione di una formazione di musicisti e ospiti straordinari. Nel disco compaiono, tra gli altri, Eric Clapton, Brian May, Billy Gibbons e Ronnie Wood. 

E c’è un particolare che rende il progetto ancora più commovente. Secondo Tiven, Cropper riuscì ad ascoltare praticamente l’intero album prima di morire. Il produttore racconta di avergli portato i mix finali e che il chitarrista li ascoltò insieme alle persone che andavano a trovarlo, arrivando a definire il disco il migliore della sua carriera. 

Solo My Angels Are Calling era ancora in fase di lavorazione. Ed è proprio lì che la storia cambia.

Brian May canta nei panni di Steve Cropper

Quando Brian May ha ricevuto la musica del brano, Cropper non c’era più. May aveva già iniziato a collaborare con Cropper e con la sua band su un’altra canzone destinata all’album. La morte del chitarrista trasformò però quella collaborazione in qualcosa di completamente diverso.

La base di My Angels Are Calling conteneva ancora l’impronta musicale di Cropper. Da quella musica nacque l’idea di raccontare la sua vita attraverso la sua stessa prospettiva. Jon Tiven lo ha spiegato in modo molto chiaro: “Brian May canta dal punto di vista di Steve Cropper, guardando indietro alla propria vita e al viaggio compiuto”. 

È una scelta narrativa semplice e potentissima. May non interpreta il ruolo dell’amico che saluta un musicista scomparso. Per qualche minuto, presta la propria voce a Cropper. E così quelle parole sembrano arrivare direttamente da lui.

Il mare, gli angeli e il ritorno a casa

La canzone si apre con il rumore delle onde. Non è un dettaglio decorativo. È il primo collegamento con The Dock of the Bay, ma anche una porta d’ingresso verso il tema centrale dell’album: il tempo che scorre e il viaggio verso la fine.

May canta di una vita vissuta con gratitudine, prima che il racconto arrivi alla frase destinata a dare il titolo alla canzone: gli angeli stanno chiamando, vogliono che torni  a casa.

Il riferimento al mare ritorna ancora nel finale, riportando idealmente Cropper proprio sulla riva evocata decenni prima insieme a Otis Redding. È qui che My Angels Are Calling smette definitivamente di essere soltanto un brano postumo. Diventa un dialogo tra passato e presente.

E poi arriva Billy Gibbons

Dopo la voce di Brian May arriva la chitarra di Billy F. Gibbons. È una scelta quasi cinematografica. May porta nella canzone il timbro riconoscibile della sua chitarra e una vocalità che, proprio perché appartiene a un altro universo musicale, rende ancora più evidente la natura del tributo. Gibbons, invece, entra nel finale con il suo blues ruvido, sporco, essenziale.

Non è una gara tra virtuosi. È un passaggio di testimone. Da Cropper a May, da May a Gibbons. Tre chitarristi provenienti da mondi differenti che finiscono per incontrarsi nello stesso brano. E, soprattutto, tre musicisti che dimostrano ancora una volta che il blues e il rock non hanno bisogno di spiegarsi: basta una chitarra che sappia raccontare una storia.

Un album pieno di amici

My Angels Are Calling non è un episodio isolato all’interno di Watching The Tide.

Il disco è costruito come una sorta di ultimo incontro tra Cropper e alcuni dei musicisti che hanno attraversato la sua stessa storia.

Si parte da “Tandoori Chicken”, quindi arriva “Ticket First”, con Eric Clapton alla chitarra. Il brano nasce da una battuta raccontata dallo stesso Cropper e prende forma grazie a un incontro quasi casuale: Clapton si trovava a Nashville per un concerto e accettò di partecipare alla sessione, registrando numerose take. 

Poi arriva My Angels Are Calling.

Quindi “Until Now”, con Ronnie Wood alla slide guitar, prima che il disco prosegua attraverso brani come Blood From A Stone, Here & Gone, It’s Gonna Get Worse, Down & Out, Stand Right Here, Tipoff To The Ripoff e House Of Cards.

La chiusura è affidata a “Tandoori Chicken Part 2”.

Dodici brani, dunque. Non undici come riportato in alcune prime ricostruzioni del progetto. 

L’ultima nota di Steve Cropper

La cosa più importante, però, è non lasciarsi distrarre dal gigantesco elenco di ospiti. Perché Watching The Tide non è un disco di Brian May, Eric Clapton, Billy Gibbons o Ronnie Wood. È l’ultimo disco di Steve Cropper.

Gli altri sono lì perché Cropper, nel corso della sua vita, ha costruito relazioni musicali che hanno attraversato generazioni, generi e continenti.

La sua grandezza non è mai stata soltanto quella di essere un chitarrista straordinario. Cropper apparteneva a quella rara categoria di musicisti capaci di stare al servizio della canzone senza scomparire dentro di essa. Il suo stile è riconoscibile proprio perché non cerca mai di imporsi. E forse è questo il motivo per cui My Angels Are Calling funziona così bene.

Non cerca di trasformare la morte in spettacolo. La guarda negli occhi.

Il vero significato di “My Angels Are Calling”

Alla fine rimane quella voce. Brian May canta parole scritte dal punto di vista di Steve Cropper. Dietro di lui ci sono la sua musica, il suo modo di suonare e il suono di un’intera epoca. Poi Billy Gibbons prende la chitarra e lascia che sia lo strumento a pronunciare l’ultima frase.

È un’immagine quasi perfetta per raccontare Steve Cropper. Un musicista che ha passato tutta la vita a costruire ponti tra persone, generi e generazioni e che, anche nel suo ultimo album, continua a far incontrare musicisti lontanissimi tra loro.

Watching The Tide è uscito dopo la sua morte. Ma non suona come un monumento. Suona come un disco vivo. Ed è forse questo il regalo più grande che Steve Cropper poteva lasciare.

La marea continua a muoversi. Le canzoni restano. E, da qualche parte, gli angeli stanno chiamando.

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