I Queen e il concerto che non doveva esistere

Londra, 6 ottobre 1977. I Queen sono al New London Theatre Centre per girare il video di We Are the Champions. Il pubblico è lì per fare da comparsa. Ma quando le telecamere smettono di girare, Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon tornano sul palco. E quello che doveva essere soltanto un pomeriggio di riprese diventa un concerto di poco più di un’ora, documentato quasi per caso da una registrazione amatoriale.

Ci sono concerti dei Queen che conoscono tutti. Budapest. Wembley. Live Aid. Montreal. Earls Court. Hyde Park…  E poi ce n’è uno che non compare quasi mai nelle grandi cronologie della band, ma che per chi conosce davvero la storia dei Queen ha qualcosa di speciale.

È il 6 ottobre 1977. Londra. New London Theatre Centre. I Queen sono arrivati per girare il videoclip di una canzone destinata a diventare uno dei loro inni più celebri: We Are the Champions. Il singolo uscirà il giorno successivo, il 7 ottobre, insieme a We Will Rock You. Quello che accade dopo, però, non era scritto nel copione.

Tutto comincia con un videoclip

Per realizzare il video di We Are the Champions, la produzione decide di fare una cosa semplice ma efficace: mettere davanti alla band un vero pubblico. Non comparse qualsiasi. Fan dei Queen.

Attraverso il fan club vengono invitati circa 900 sostenitori. Alcuni arrivano prestissimo. Una testimonianza conservata nella documentazione dell’evento racconta di quattro ragazzi partiti alle quattro del mattino, arrivati tra i primi dieci e costretti ad aspettare per circa nove ore prima di entrare. Una volta dentro, ricevono persino il singolo non ancora pubblicato.  È una di quelle giornate che, per un fan del 1977, sembrano appartenere alla fantasia.

Entrare in un teatro londinese. Aspettare per ore. E sapere che, a pochi metri di distanza, ci sono Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon.

La regia è affidata a Derek Burbridge. L’obiettivo è ottenere immagini che restituiscano alla canzone l’energia di un concerto. Ma c’è un problema: quello che vediamo nel videoclip non è un concerto vero. La band esegue infatti We Are the Champions in playback, davanti al pubblico, per permettere alla troupe di ripetere le riprese e ottenere diverse inquadrature.

Le fonti che hanno conservato la registrazione della giornata documentano quattro take del brano. 

Telecamere. Ripetizioni. Primi piani. Freddie davanti al microfono. Brian con la Red Special. Roger e John alle loro postazioni. E centinaia di persone che cantano, applaudono e agitano sciarpe e striscioni. Il video nasce così. Ma la storia non finisce quando le telecamere vengono spente.

“Adesso suoniamo davvero”

A un certo punto succede qualcosa che trasforma completamente la giornata.

Terminata la sessione video, il pubblico non viene semplicemente invitato a uscire. I Queen tornano sul palco. Non per un’altra ripresa. Per suonare. Il sito ufficiale della band ricorda infatti il 6 ottobre come un one-off mini concert, un concerto unico organizzato per i fan che avevano partecipato alla registrazione del videoclip. 

E qui arriva la parte più affascinante. Perché non siamo davanti alla normale scaletta di un concerto dei Queen. Non c’è l’obbligo di costruire uno spettacolo destinato a migliaia di persone. Non ci sono tempi televisivi. Non c’è una tournée da portare avanti. Ci sono soltanto quattro musicisti, un teatro pieno di fan e la possibilità di suonare.

La registrazione audio sopravvissuta ci permette addirittura di ascoltare gli interventi di Bob Harris e il passaggio dalla sessione promozionale al concerto vero e proprio. E la scaletta è sorprendente.

Dieci canzoni, e una scelta quasi impossibile da trovare altrove

Il mini-concerto parte con Tie Your Mother Down. Poi arriva Keep Yourself Alive, il brano con cui tutto era cominciato pochi anni prima. Quindi Somebody to Love. Poi White Man. E The Prophet’s Song. Dopo il viaggio attraverso il repertorio dei primi anni arriva Liar, uno dei brani più fisici e teatrali del primo disco: Queen.

Poi Freddie accenna Bohemian Rhapsody, eseguendone la prima parte fino alla conclusione dell’assolo di Brian May. Da lì la band entra direttamente in Now I’m Here. 

È una di quelle sequenze che raccontano perfettamente i Queen del 1977: teatralità, hard rock, melodie e improvvisazione convivono nello stesso spettacolo.

Poi arriva Jailhouse Rock, la vecchia canzone di Elvis Presley che i Queen utilizzavano spesso come momento rock’n’roll. E infine arriva il vero piccolo tesoro della serata. See What a Fool I’ve Been. Quella sarà, secondo le ricostruzioni della concertografia della band, l’ultima esecuzione dal vivo del brano.  Non è una canzone destinata a entrare stabilmente nelle scalette degli anni successivi. Ed è proprio per questo che quella registrazione assume oggi un valore particolare.

Il concerto che quasi nessuno avrebbe dovuto sentire

La cosa più incredibile è che questo concerto non era stato pensato per diventare un documento storico. Non c’era un camion della produzione pronto a registrare un album live. Non c’erano telecamere professionali. Non c’era l’intenzione di pubblicare un disco. C’era qualcuno tra il pubblico con un registratore. E grazie a quella persona oggi possiamo ascoltare ciò che accadde.

La registrazione, pur essendo un’audience tape e quindi lontanissima dagli standard audio di un album ufficiale, conserva circa un’ora di materiale relativo al mini-concerto e alla sessione video. Le diverse copie sopravvissute permettono inoltre di ricostruire le varie fasi della giornata.  È una macchina del tempo tutt’altro che perfetta. Ma funziona. Si sentono gli annunci. Si sente il pubblico. Si sentono le pause. E poi arrivano i Queen.

Novecento persone dentro una stanza

Il numero esatto degli spettatori è uno dei pochi dettagli sui quali le ricostruzioni hanno prodotto qualche confusione nel corso degli anni.

La cifra di circa 900 persone è però quella meglio documentata: compare nella testimonianza diretta di un fan presente e viene ripresa dalle ricostruzioni dell’evento. 

Non servivano migliaia di persone. Anzi, forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della storia. I Queen erano già una grande band internazionale. Pochi mesi prima avevano suonato all’Earls Court. Pochi mesi dopo sarebbero partiti per la nuova tournée americana di News of the World.

Eppure, quel pomeriggio, si ritrovano davanti a poche centinaia di fan in un teatro. Non in uno stadio. Non davanti a una folla oceanica. Davanti a persone che erano arrivate lì appositamente per aiutare la band a realizzare un video. E che, come premio, si ritrovano davanti un concerto.

La vera storia di We Are the Champions

Guardando oggi il videoclip, si potrebbe pensare che tutto fosse stato costruito fin dall’inizio. In realtà, la giornata racconta qualcosa di più interessante. Il video era un prodotto promozionale. Il concerto fu un regalo. Un regalo verso un pubblico che aveva aspettato per ore, cantato, applaudito e ripetuto più volte la stessa canzone davanti alle telecamere. E forse è proprio questo il dettaglio che rende il 6 ottobre 1977 così affascinante. We Are the Champions sarebbe diventata una delle canzoni più riconoscibili della storia del rock. Un brano cantato negli stadi. Nelle celebrazioni sportive. Alle feste. Nei momenti di vittoria. Un inno che, negli anni, avrebbe finito per appartenere quasi più al pubblico che ai suoi stessi autori.

Ma quel rapporto tra canzone e pubblico, quel meccanismo per cui una composizione smette di essere semplicemente una canzone e diventa un rito collettivo, quel giorno era già lì. In un teatro londinese. Davanti a circa 900 persone.

Un piccolo concerto diventato leggenda

Non è il concerto più famoso dei Queen. Non è il più importante. Non è nemmeno quello con la produzione più spettacolare. E probabilmente non è quello che Freddie Mercury avrebbe indicato come il momento decisivo della carriera della band. Ma è uno dei più curiosi. Perché nacque quasi per caso. Perché non era destinato a essere pubblicato. Perché la scaletta è insolita. Perché contiene l’ultima esecuzione live di See What a Fool I’ve Been. E soprattutto perché qualcuno, quella sera, pensò bene di premere il tasto “rec”.

Oggi quella registrazione ci permette di tornare per qualche minuto a quel 6 ottobre 1977. Prima che We Are the Champions diventasse un inno mondiale. Prima degli stadi pieni. Prima di Live Aid. Prima che il pubblico imparasse a cantarla come se fosse sempre appartenuta a lui.

Per un’ora, semplicemente, quattro musicisti tornarono sul palco per ringraziare le persone che li avevano aspettati tutto il giorno. E forse è proprio questo il motivo per cui, tra le migliaia di concerti dei Queen, quello del New London Theatre Centre continua ad avere un fascino così particolare. Non perché fosse enorme. Ma perché, per una volta, i Queen suonarono soltanto per chi era rimasto ad aspettarli.

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