Barry Mitchell, il bassista che vide nascere i Queen e se ne andò prima della gloria

Per sei mesi suonò accanto a Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor. Poi lasciò la band perché non riusciva a immaginarne il futuro. È morto il 17 agosto 2026, a 76 anni.

Ci sono persone che attraversano la storia della musica senza comparire nei dischi, nelle fotografie più celebri o nei titoli delle biografie. Eppure, per qualche mese, si trovano esattamente nel punto in cui quella storia sta cominciando. Barry Mitchell è stato una di quelle persone.

Tra l’agosto del 1970 e il gennaio del 1971 fu il bassista dei Queen. Non dei Queen di Bohemian Rhapsody, degli stadi pieni e delle copertine di tutto il mondo. Non ancora. Quelli erano ancora lontanissimi. Erano quattro ragazzi che cercavano di capire che cosa potesse diventare la loro band: Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e, per un breve tratto, Barry Mitchell.

Quando Mitchell se n’è andato, i Queen non avevano ancora pubblicato un disco. Quando il primo album arrivò nei negozi, nel 1973, lui era già lontano da quella storia da oltre due anni. E soprattutto aveva commesso quello che, con il senno di poi, appare come uno dei più clamorosi errori di valutazione nella storia del rock: non aveva visto il potenziale dei Queen.

Barry Mitchell è morto il 17 agosto 2026. La notizia è stata resa pubblica il 20 agosto da Greg Brooks, storico archivista della band, che ha ricordato il musicista come una preziosa fonte di testimonianze sulla fase più sconosciuta della storia dei Queen. La causa della morte non è stata resa pubblica. 

Prima dei Queen, il blues e l’underground londinese

Per capire chi fosse Barry Mitchell bisogna tornare alla Londra di quegli anni. Il futuro dei Queen non era ancora scritto e la scena musicale britannica era attraversata da gruppi, musicisti e formazioni destinate a durare pochissimo oppure a trasformarsi continuamente. Mitchell proveniva proprio da quell’ambiente. Aveva militato nei Crushed Butler, formazione considerata oggi una delle esperienze pionieristiche del proto-punk britannico e successivamente associata al nome Tiger.

Fu attraverso quell’ambiente che entrò in contatto con Roger Taylor. I Queen avevano appena perso il loro primo bassista, Mike Grose, e stavano cercando qualcuno che potesse occupare quel ruolo. Mitchell arrivò all’audizione e, secondo il suo stesso racconto, non ci fu bisogno di particolari cerimonie: suonarono insieme e una jam blues contribuì a convincere Roger Taylor e gli altri che poteva essere la persona giusta.

Era l’estate del 1970. La formazione aveva appena cominciato a prendere forma. Ma la parola “Queen”, allora, non significava praticamente nulla.

Il primo Queen prima dei Queen

È forse questo l’aspetto più affascinante della vicenda di Mitchell. Oggi sappiamo esattamente che cosa sarebbero diventati Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor. Ma bisogna fare uno sforzo per cancellare dalla memoria tutto quello che è successo dopo.

Nel 1970 Freddie non era ancora Freddie Mercury per milioni di persone. Era ancora Freddie Bulsara. Brian May non era l’icona della Red Special. Roger Taylor non era il batterista di We Will Rock You. E Queen era soltanto una band londinese che cercava di costruire un repertorio abbastanza solido da poter stare su un palco.

Mitchell si trovò dunque dentro quella fase irripetibile in cui tutto era ancora possibile. I concerti erano pochi, il pubblico ristretto e il repertorio ancora in costruzione. I brani originali del gruppo venivano affiancati da cover e numeri rock’n’roll, in particolare quelli che Freddie amava inserire nel set. Una testimonianza di Mitchell relativa a un concerto del gennaio 1971 restituisce perfettamente quel momento: Keep Yourself Alive, Doing All Right, Liar, Great King Rat, Modern Times Rock’n’Roll, Son and Daughter, Hangman e un medley rock’n’roll. Sono titoli che oggi sembrano la tracklist della preistoria dei Queen. All’epoca erano semplicemente canzoni di una band ancora senza un contratto discografico. 

Tredici concerti prima di John Deacon

Il passaggio di Mitchell nella storia dei Queen durò circa sei mesi. Dall’agosto del 1970 al gennaio del 1971 suonò in 13 concerti, accompagnando Mercury, May e Taylor in una serie di date prevalentemente britanniche. Tra queste ci fu anche un’apparizione al Cavern Club di Liverpool, il locale diventato leggendario grazie ai Beatles.  Ma la formazione non era ancora stabile.

Dopo Mitchell arrivò Doug Bogie, la cui permanenza sarebbe stata ancora più breve. Poi, nel febbraio del 1971, entrò John Deacon. Questa volta sarebbe stato diverso.

Deacon sarebbe rimasto. E con lui si sarebbe completata la formazione destinata a diventare una delle più celebri della storia del rock. La differenza tra Mitchell e Deacon, vista da oggi, sembra enorme. All’epoca erano semplicemente due musicisti che si trovarono, in momenti diversi, davanti alla stessa porta.

Uno entrò e uscì prima che la porta si aprisse davvero. L’altro rimase abbastanza a lungo da vedere cosa c’era dall’altra parte.

Le canzoni che continuarono anche dopo di lui

Barry Mitchell non ha mai inciso un album dei Queen. Questo è importante, perché intorno alla sua figura sono nate nel tempo diverse ricostruzioni che rischiano di confondere la memoria dei primi anni con i crediti ufficiali.

Non esistono registrazioni in studio ufficialmente pubblicate dei Queen con Mitchell al basso. La band, durante la sua permanenza, era ancora concentrata soprattutto sulla costruzione del repertorio dal vivo e non aveva ancora iniziato il percorso discografico che avrebbe portato al primo album.  Eppure qualcosa del suo lavoro potrebbe essere rimasto.

Mitchell raccontò negli anni di aver lavorato sulle parti di basso di brani che sarebbero poi diventati fondamentali nel repertorio dei Queen. A proposito di Liar, la sua risposta fu particolarmente significativa: secondo lui, la canzone suonava sostanzialmente come quando la eseguiva lui. È una testimonianza personale, non un credito ufficiale. Ed è proprio questa distinzione a rendere interessante la vicenda: Mitchell non può essere presentato come il bassista che “suonò” Liar sul disco dei Queen, ma fu certamente uno dei musicisti che contribuirono alla definizione delle prime versioni di quel repertorio. 

In altre parole, alcune idee potevano sopravvivere al musicista che le aveva sviluppate. È una dinamica comune nella storia del rock, ma raramente ci si accorge di quanto possa essere importante.

L’errore più grande: non aver creduto nei Queen

La parte più incredibile della storia di Barry Mitchell, però, non riguarda il basso. Riguarda una scelta. Perché se ne andò?

Anni dopo, in un’intervista del 2018, Mitchell raccontò la vicenda con grande ironia. In un primo momento scherzò dicendo di essere stato mandato via perché i Queen pensavano che fosse scarsoPoi arrivò la risposta vera. Non era abbastanza entusiasta della musica della band. Non vedeva quella direzione come qualcosa che gli appartenesse davvero. E soprattutto non riusciva a capire dove potesse arrivare quel gruppo.

La frase che oggi assume un significato quasi surreale è quella con cui Mitchell sintetizzò il proprio errore: all’epoca i Queen non erano ancora la band che tutti conoscevano e lui, semplicemente, non ne vedeva il potenziale. Lo disse molti anni dopo con una sincerità quasi disarmante: era incredibile ammetterlo a posteriori, ma quella era la verità. È una delle ironie più crudeli della storia del rock.

Mitchell non se ne andò perché i Queen fossero un fallimento. Se ne andò perché, quando ancora nessuno poteva sapere come sarebbe andata a finire, non riuscì a riconoscere la grandezza che aveva davanti.

E Freddie Mercury non sembrava ancora Freddie Mercury

C’è un altro dettaglio che rende ancora più interessante la sua testimonianza. Il Freddie Mercury che conosciamo oggi sembra appartenere a un’altra specie rispetto al giovane Freddie dei primi mesi dei Queen.

L’uomo capace di dominare Wembley, di trasformare Radio Ga Ga in un gigantesco rito collettivo e di tenere in pugno 70.000 persone con una sola parola non esisteva ancora. Mitchell ricordava un Freddie molto più timido e insicuro. Ed è proprio questa trasformazione a raccontare quanto fosse imprevedibile quella fase.

La leggenda non nasce già leggenda. Si costruisce. A volte lentamente. A volte attraverso persone che rimangono soltanto per qualche mese.

Dopo i Queen: la scelta di una vita normale

Quando lasciò i Queen, Barry Mitchell non scomparve dalla musica. Continuò a frequentare l’ambiente, tornò a lavorare con formazioni come Tiger e successivamente, dopo una lunga pausa, riprese a suonare negli anni Novanta con i Jayne Raydio. Ma la sua vita prese una direzione molto diversa da quella dei suoi ex compagni.

Mentre Mercury, May e Taylor si avviavano verso una fama planetaria, Mitchell costruì un’esistenza lontana dalle luci dello spettacolo, arrivando a lavorare come responsabile di un negozio di apparecchiature hi-fi. E forse proprio questo contribuisce a rendere la sua storia così particolare.

Non sembra il racconto di un uomo consumato dal rimpianto. Sembra quello di qualcuno che aveva semplicemente scelto un’altra strada.

Il ritorno nella storia dei Queen

Il legame con quella band, tuttavia, non si spezzò mai completamente. Negli anni Mitchell partecipò a convention e incontri dedicati ai Queen, diventando una delle poche persone ancora in grado di raccontare direttamente cosa significasse trovarsi davanti a Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor quando erano ancora sconosciuti.

Per i fan era una specie di macchina del tempo. Non raccontava la storia dei Queen attraverso i dischi già conosciuti. La raccontava prima dei dischi. Prima di Queen. Prima di Queen II. Prima di Sheer Heart Attack. Prima di A Night at the Opera. Prima che il mondo imparasse a pronunciare il nome di Freddie Mercury.

Greg Brooks, annunciandone la morte, ha sottolineato proprio questo valore: gli aneddoti di Mitchell alle convention offrivano un punto di vista interno raro e affascinante sulla fase più antica della band. 

L’uomo che non vide il futuro

La storia di Barry Mitchell contiene una delle lezioni più affascinanti della musica. Noi abbiamo il privilegio del senno di poi. Sappiamo che Liar sarebbe diventata una delle prime grandi canzoni dei Queen. Sappiamo che Keep Yourself Alive avrebbe aperto la loro carriera discografica. Sappiamo che Freddie Mercury sarebbe diventato una delle più grandi icone del Novecento. Sappiamo che Brian May e Roger Taylor avrebbero costruito, insieme a John Deacon, una delle formazioni più riconoscibili della storia della musica.

Mitchell non sapeva niente di tutto questo. Quando doveva decidere se restare o andarsene, aveva davanti soltanto quattro ragazzi, alcuni concerti nei locali e un repertorio ancora in costruzione. E prese la sua decisione sulla base di ciò che vedeva in quel momento. Non possiamo giudicarlo. Anzi, è proprio questo a rendere la sua storia umana. Perché nessuno, nel 1970, poteva sapere che quei quattro ragazzi avrebbero scritto una pagina della storia del rock.

Il bassista che passò prima della leggenda

Barry Mitchell non è stato un Queen nel senso più tradizionale del termine. Non ha inciso Bohemian Rhapsody. Non ha suonato a Wembley. Non ha partecipato alla registrazione di A Night at the Opera.

Il suo nome non compare nella formazione che tutti ricordano. Ma per sei mesi fu lì. Vide Freddie prima di Freddie Mercury. Vide Brian May prima della leggenda della Red Special. Vide Roger Taylor prima che diventasse Roger Taylor. E soprattutto vide i Queen quando ancora non erano i Queen.

Questa è la parte della loro storia che spesso dimentichiamo. Le grandi band non nascono già complete. Prima della formazione definitiva ci sono prove, audizioni, musicisti che arrivano e musicisti che se ne vanno, canzoni ancora acerbe e decisioni che sembrano insignificanti. John Deacon sarebbe rimasto. Barry Mitchell no. Ma entrambi, in momenti diversi, furono parte di quella lunga e accidentata strada che portò alla nascita dei Queen che conosciamo.

La morte di Mitchell chiude così un altro piccolo capitolo della preistoria della band. Un capitolo fatto di locali, jam blues, tredici concerti e canzoni ancora alla ricerca della propria forma. E soprattutto di una domanda che resterà sospesa per sempre: come sarebbe stata la storia dei Queen se Barry Mitchell avesse visto, nel 1970, quello che noi oggi sappiamo?

Probabilmente non lo sapremo mai. Ma forse è proprio questa la cosa più bella della sua storia. Barry Mitchell non è stato l’uomo che ha contribuito a costruire la leggenda per poi viverne la gloria. È stato l’uomo che ha visto la leggenda nascere e se ne è andato prima che diventasse leggenda.

E qualche volta, nella storia del rock, anche stare nella stanza quando tutto comincia è un posto che merita di essere ricordato. Riposa in pace, Barry Mitchell.

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