Ci sono canzoni che ricordiamo perché hanno venduto milioni di copie. E poi ce ne sono altre che ricordiamo proprio perché non abbiamo mai saputo chi le avesse scritte.
La sigla italiana storica di Lamù, la ragazza dello spazio appartiene alla seconda categoria.
Per una generazione di bambini e ragazzi italiani, quella voce maschile accompagnava i pomeriggi davanti alla televisione. Una melodia immediatamente riconoscibile, un testo che parlava di una ragazza arrivata dallo spazio, un arrangiamento tipicamente anni Ottanta… Eppure, per decenni, quella canzone è rimasta praticamente orfana di identità. Niente nome dell’interprete. Niente autori. Niente casa discografica. Nessun 45 giri ufficiale. Nessuna versione integrale. Solo quei pochi secondi trasmessi dalla televisione. E soprattutto una domanda destinata a trasformarsi in una delle più affascinanti leggende della storia delle sigle televisive italiane: chi cantava davvero la sigla di Lamù?
Un’anomalia fin dall’inizio
Lamù, la ragazza dello spazio, l’adattamento italiano di Urusei Yatsura, arrivò sulle televisioni italiane nel 1983. La particolarità della versione italiana era evidente già guardando i titoli di testa: le immagini provenivano dalle sigle originali giapponesi, mentre sopra quelle immagini veniva montata una canzone italiana. Ma nei titoli non comparivano informazioni utili per identificarla. Il brano non venne pubblicato commercialmente e, soprattutto, la versione televisiva era incompleta. La canzone si interrompeva dopo circa un minuto e ventisei secondi, sfumando insieme alla sequenza video. La parte finale del testo non era quindi mai stata ascoltata dal pubblico televisivo. Per anni nessuno seppe quale fosse il titolo originale del brano, chi lo avesse scritto e chi fosse il cantante.
Era una canzone senza un vero certificato di nascita. E proprio questa assenza di informazioni avrebbe fatto nascere il mistero.
La sigla fantasma
Il problema non era soltanto che mancassero i crediti. Mancava praticamente tutto ciò che normalmente permette di ricostruire la storia di una canzone. Non c’era un disco da consultare. Non c’era un libretto con i nomi degli autori. Non c’era una versione completa. Non c’era una registrazione ufficiale facilmente reperibile. Nel frattempo la televisione continuava a trasmettere sempre lo stesso frammento. Una generazione dopo l’altra imparava quella melodia a memoria senza conoscere la storia che c’era dietro. È una dinamica perfetta per trasformare una semplice dimenticanza editoriale in una leggenda. Perché quando manca una risposta, prima o poi qualcuno comincia a inventare le domande.
Nel 2007 entra in scena Mirko Fabbreschi
Uno dei passaggi più curiosi della vicenda riguarda Mirko Fabbreschi, musicista e componente dei Raggi Fotonici.
Nel 2007 il brano venne depositato in SIAE con il titolo Lamù, la ragazza dello spazio a suo nome. La circostanza alimentò immediatamente i sospetti degli appassionati.
Era lui l’autore?
Era lui il cantante?
Finalmente era stato risolto il mistero?
La risposta, però, era molto più semplice. Fabbreschi non si era presentato come l’autore originale della sigla. Il deposito nasceva dalla necessità di dare una collocazione formale a un brano che non risultava registrato e che sarebbe stato utilizzato anche nell’ambito delle attività discografiche legate alle cover. La sua posizione, per come è stata ricostruita negli anni, era sostanzialmente questa: se un giorno fossero comparsi i veri autori, sarebbe stato disposto a riconoscere loro i diritti. Ma nel mondo delle leggende musicali basta un nome scritto accanto a una canzone perché comincino nuove teorie. E il caso Lamù non fece eccezione.
La caccia al cantante
Nel frattempo, la ricerca diventava sempre più sofisticata. Forum specializzati, collezionisti, appassionati di anime e studiosi delle sigle televisive iniziarono a confrontare registrazioni, voci, date e produzioni.
Il punto di svolta fu capire che la sigla poteva essere collegata a una precisa filiera produttiva internazionale. Dietro molte produzioni musicali destinate ai cartoni animati trasmessi in Europa negli anni Ottanta c’erano infatti Haim Saban e Shuki Levy, produttori e compositori che lavoravano anche attraverso il Sound Connection Studio di Los Angeles. Le loro produzioni erano spesso pensate per essere adattate ai diversi mercati internazionali. E questo spiegava una cosa fondamentale: la sigla italiana di Lamù poteva essere stata registrata negli Stati Uniti, da musicisti e cantanti che lavoravano abitualmente per quella struttura, e poi adattata al mercato italiano. Improvvisamente il mistero non sembrava più un’anomalia inspiegabile. Sembrava il risultato di una particolare filiera produttiva.
2020: il mistero comincia a cadere
La svolta arriva all’inizio del 2020. Alcuni appassionati riescono a entrare in contatto con Noam Kaniel, cantante e musicista israeliano che aveva lavorato proprio con Saban e Levy. Kaniel riconosce il brano e conferma di aver partecipato alla registrazione. Ma soprattutto indica un nome: Ciro Dammicco.
Dammicco era un musicista italiano che in quegli anni collaborava con la squadra di Saban e Levy e che aveva lavorato anche agli adattamenti italiani delle produzioni musicali dello studio. La ricostruzione comincia così a prendere forma. La voce principale sarebbe quella di Ciro Dammicco. Noam Kaniel avrebbe partecipato ai cori e alle parti vocali aggiuntive, contribuendo anche a creare quell’impressione di voce raddoppiata che si può percepire in alcuni passaggi della registrazione.
Ciro Dammicco riconosce la propria voce
È il passaggio più importante dell’intera vicenda. Dammicco viene contattato direttamente e ascolta nuovamente la registrazione. La sua risposta cambia radicalmente lo status del mistero. Il cantante riconosce infatti la propria voce nella registrazione e ricorda di aver lavorato con Noam Kaniel.
Successivamente, nel corso di ulteriori contatti e interviste, fornisce altri dettagli sulla lavorazione del brano e racconta anche di essere intervenuto sull’adattamento del testo durante la registrazione. Non siamo quindi più soltanto davanti a un’ipotesi costruita confrontando timbri vocali. Abbiamo la testimonianza diretta della persona che riconosce la propria voce. È il momento in cui la leggenda comincia a trasformarsi in ricostruzione storica.
Chi ha scritto la musica?
Anche qui la ricostruzione porta verso Shuki Levy e la struttura produttiva Saban. La sigla viene generalmente ricondotta alle produzioni realizzate per il mercato internazionale dalla Saban Records e al lavoro svolto negli studi di Los Angeles. Nella registrazione vengono inoltre indicati musicisti e collaboratori abitualmente coinvolti nelle produzioni di quel periodo, tra cui Steve Rucker.
Ma c’è un dettaglio ancora più interessante. L’attribuzione del testo italiano non è altrettanto certa. Per anni il nome più frequentemente associato agli adattamenti italiani di questa filiera è stato quello di Alberto Testa, autore e paroliere che collaborò con Saban e Levy. Alcune ricostruzioni attribuiscono proprio a lui il testo italiano della sigla. Altre testimonianze, invece, indicano un intervento diretto di Dammicco sull’adattamento definitivo delle parole durante la registrazione. E qui il mistero non è completamente risolto.
La differenza tra una prova e una ricostruzione
Ed è proprio questo il punto più interessante. Oggi possiamo dire che il mistero della sigla di Lamù è sostanzialmente risolto sul piano storico, ma sarebbe scorretto raccontarlo come se fosse stato trovato un fascicolo ufficiale contenente ogni singolo credito.
Non abbiamo pubblicamente un master originale accompagnato dal relativo contratto.
Non abbiamo una documentazione editoriale completa che chiuda ogni questione.
Non abbiamo neppure una certezza assoluta e documentale sull’attribuzione del testo italiano.
Abbiamo però una serie di elementi che convergono:
- la testimonianza di Noam Kaniel;
- il riconoscimento della voce da parte di Ciro Dammicco;
- il collegamento di entrambi alla struttura produttiva di Saban e Levy;
- la coerenza con il sistema di produzione delle sigle internazionali dell’epoca;
- le testimonianze e le ricerche degli appassionati;
- la successiva ricostruzione degli ambienti e dei musicisti coinvolti.
È una distinzione importante. Una cosa è sapere con buona probabilità chi ha cantato una canzone. Un’altra è possedere tutta la documentazione giuridica che ne certifica ogni diritto. Ed è proprio questa zona grigia a rendere ancora più affascinante la storia.
La sigla che è rimasta incompleta
C’è poi un altro elemento che ha contribuito enormemente alla leggenda. Noi conosciamo soltanto la versione televisiva. La registrazione originale non è mai stata resa disponibile al pubblico nella sua interezza. Quello che milioni di italiani hanno imparato a memoria è quindi soltanto un frammento. Il brano sfuma dopo circa 1 minuto e 26 secondi, lasciando irrisolta anche la parte conclusiva del testo.
Nel corso degli anni sono comparsi online diversi file presentati come versioni “complete”. Ma molte di queste sono semplicemente ricostruzioni o montaggi amatoriali. E questo produce un paradosso bellissimo: una delle sigle più riconoscibili della televisione italiana è, ancora oggi, una canzone che il pubblico non ha mai potuto ascoltare davvero fino alla fine.
E poi arrivò un’altra Lamù
Alla fine degli anni Novanta la storia televisiva della serie cambiò. Per le nuove edizioni venne realizzata una nuova sigla: Mi hai rapito il cuore Lamù, interpretata da Stefano Bersola, con musica di Bersola e Nicolò Fragile. La canzone risale al 1998 e venne utilizzata nelle nuove edizioni dell’anime.
Questa volta, almeno, i crediti esistevano. Nome del cantante. Autori. Informazioni sulla produzione. Niente più fantasma. Ma per chi era cresciuto negli anni Ottanta, la nuova sigla non poteva competere con quella vecchia. Non necessariamente perché fosse migliore. Semplicemente perché la prima era diventata un ricordo prima ancora di avere un’identità.
Perché il mistero di Lamù ci ha ossessionati per quarant’anni
Forse è questo il vero motivo per cui la sigla di Lamù è diventata una leggenda. Non c’è bisogno di un complotto. Non servono messaggi nascosti. Non servono diritti segreti custoditi da qualche misteriosa casa discografica. A volte basta molto meno. Basta una canzone. Un televisore acceso nel pomeriggio. Una sigla che dura poco più di un minuto. Un credito che non compare. E una generazione di bambini che cresce chiedendosi: “Ma chi la canta?”
Poi passano gli anni. Arrivano Internet, forum, YouTube, social network, archivi digitali. E quella domanda, invece di scomparire, diventa una ricerca collettiva. Le persone confrontano voci, contattano musicisti, recuperano vecchie registrazioni, incrociano date e testimonianze. Finché, quasi quarant’anni dopo, il volto dietro quella voce comincia finalmente ad avere un nome, Ciro Dammicco. E accanto a lui, nella registrazione, Noam Kaniel. Non è la soluzione perfetta di un giallo. È qualcosa di più interessante. È la dimostrazione che anche la memoria musicale può essere investigata. Perché nella storia della musica non esistono soltanto dischi, classifiche e concerti. Esistono anche canzoni fantasma, crediti perduti, nastri incompleti e domande rimaste sospese per decenni. E qualche volta, dopo quarant’anni, qualcuno trova finalmente la risposta.