Cronaca di un conflitto durato vent’anni, tra affari, accuse di razzismo e un finale su cui i fan continuano a interrogarsi
L’affare del secolo
Nel 1985 Michael Jackson compie una mossa che pochi si aspettano: acquista ATV Music Publishing, il catalogo che contiene i diritti editoriali su oltre 250 canzoni dei Beatles, per circa 47,5 milioni di dollari. Batte sul tempo Paul McCartney, che pure aveva mostrato interesse per lo stesso pacchetto. Da quel momento, il “Re del Pop” possiede legalmente pezzi di storia della musica come Let It Be e Hey Jude.
Dieci anni dopo, nel 1995, i conti di Jackson non sono più solidi come un tempo. Sony gli propone un affare che sulla carta sembra vantaggioso: unire ATV alla propria divisione editoriale in cambio di 95 milioni di dollari. Nasce così Sony/ATV Music Publishing, una joint venture al 50%. Jackson resta comproprietario del catalogo Beatles, ma ora ha un socio ingombrante.
Quando l’alleanza si rompe
I rapporti tra le due parti iniziano a incrinarsi nel 2000. Jackson è convinto che Sony non stia promuovendo adeguatamente il suo nuovo album, Invincible, uscito nell’ottobre 2001. Le vendite, pur superiori ai due milioni di copie negli Stati Uniti, vengono considerate un fallimento rispetto ai fasti di Thriller e Bad. Jackson accusa l’etichetta di aver sabotato deliberatamente il disco. La tensione esplode pubblicamente nell’estate del 2002. Il 6 luglio, alla sede del National Action Network di Al Sharpton, ad Harlem, Jackson definisce il presidente di Sony Music, Tommy Mottola, “razzista” e “diabolico”, accusandolo di sfruttare gli artisti afroamericani. Sony risponde con una nota che liquida le accuse come “ridicole, maligne e offensive”. Pochi giorni dopo la protesta si sposta fisicamente davanti alla sede newyorchese della casa discografica. Jackson guida un corteo di circa 150 persone, tra fan e sostenitori, con cartelli che denunciano le pratiche dell’etichetta e che raffigurano, sbarrate, anche le foto di altri artisti — tra cui George Michael e Mariah Carey — entrati in rotta di collisione con la stessa dirigenza. Un mese prima, a Londra, durante la cosiddetta Killer Thriller Party, Jackson aveva già dato spettacolo definendo Mottola “il diavolo” davanti a stampa e fan internazionali.
L’episodio fa scalpore, ma divide l’opinione pubblica. Lo stesso Sharpton si dice sorpreso dalla durezza delle parole di Jackson e prende le difese di Mottola. Diversi commentatori dell’epoca liquidano la vicenda come una trovata pubblicitaria per rilanciare un disco in difficoltà.
Al centro dello scontro c’è una versione dei fatti opposta su quanto fosse stato investito nella promozione di Invincible. Sony sostiene di aver speso 26 milioni di dollari sul marketing dell’album, imputando le vendite deludenti alle pretese economiche di Jackson sui video musicali e al suo rifiuto di intraprendere un tour promozionale. Jackson, dal canto suo, accusa l’etichetta di mentire sulle cifre reali investite, sostenendo che il vero obiettivo fosse far fallire deliberatamente il progetto, così da poter rivendicare la sua quota del 50% nel catalogo editoriale come compensazione del debito accumulato.
Una conferma dall’interno di Sony
Per anni questa versione di Jackson viene trattata come l’ennesima uscita di un artista sull’orlo della paranoia. Ma a distanza di tempo arriva una testimonianza che complica il quadro: Cory Rooney, per anni vicepresidente A&R della Epic/Sony ed ex collaboratore diretto di Jackson, dichiara in un’intervista successiva che il cantante, su questo punto, aveva ragione — confermando cioè che dietro il presunto scarso impegno promozionale di Sony ci fosse effettivamente la volontà di logorarlo finanziariamente. Va precisato che si tratta della testimonianza di un solo ex dirigente, resa a distanza di anni dai fatti, e non di un documento societario o di un accertamento giudiziario: un tassello che rafforza la versione di Jackson, ma non la trasforma in una verità processualmente provata.
Un rancore che non si spegne
Quello che in molti avevano bollato come un fuoco di paglia mediatico, però, non si spegne. Secondo testimonianze raccolte negli anni successivi da persone vicine a Jackson, l’astio nei confronti di Sony rimane vivo fino agli ultimi anni della sua vita, ben oltre l’eco delle proteste del 2002 — un dettaglio che, secondo alcuni osservatori del settore, smentisce la tesi della semplice messinscena promozionale.
Negli anni seguenti Jackson accumula debiti sempre più ingenti, arrivando a impegnare la propria quota del catalogo Beatles come garanzia per prestiti multimilionari concessi dalla stessa Sony. Alla sua morte, nel 2009, la sua metà di Sony/ATV vale ancora una fortuna: nel 2016 l’eredità Jackson la cederà definitivamente a Sony per 750 milioni di dollari, chiudendo per sempre il capitolo che era iniziato trent’anni prima con un colpo di genio finanziario.
25 giugno 2009
Michael Jackson muore a Los Angeles il 25 giugno 2009, a 50 anni, mentre si stava preparando per una serie di concerti-evento a Londra, i This Is It. L’autopsia stabilisce che la causa del decesso è un’intossicazione acuta da propofol, un potente anestetico, combinato con altri sedativi. Il medico personale del cantante, Conrad Murray, che gli somministrava il farmaco per aiutarlo a dormire, viene processato e condannato nel 2011 per omicidio colposo, scontando poi due anni di carcere.
Il non detto che continua a far discutere
Sono questi, i fatti accertati nelle aule di tribunale. Eppure, a distanza di oltre quindici anni, una parte consistente del popolo dei fan di Jackson non si è mai davvero rassegnata a questa versione. Il terreno, va detto, lo aveva preparato lui stesso: per anni Jackson aveva parlato pubblicamente di “complotti” ordititi ai suoi danni, di un’industria discografica pronta a “distruggerlo” per punirlo di essersi opposto ai suoi vertici, di poteri economici troppo grandi per essere sfidati impunemente.
Su questa base sono fiorite negli anni le teorie più disparate: c’è chi sostiene che la morte di Jackson sia arrivata troppo comoda per chi, nell’industria musicale, aveva interessi economici enormi legati ai suoi debiti e al valore del suo catalogo; chi intreccia la vicenda con lo scontro del 2002 e la definisce una resa dei conti mai davvero conclusa; chi, più genericamente, parla di generici “poteri forti” interessati a mettere a tacere un artista sempre più imprevedibile e sempre più ricco di segreti scomodi.
Va detto con chiarezza: nessuna di queste ricostruzioni ha mai trovato riscontro in un’indagine, in un processo o in una prova concreta. La giustizia americana ha individuato un responsabile, un movente di negligenza medica e una causa di morte documentata clinicamente. Le teorie del complotto restano, appunto, teorie — alimentate più dal mito che Jackson stesso ha contribuito a costruire attorno a sé, che da elementi fattuali.
Resta il fatto, questo sì verificabile, che l’uomo che nel 1985 aveva comprato mezzo secolo di storia della musica pop non è mai riuscito a fare pace, fino all’ultimo giorno della sua vita, con l’azienda che gliene aveva tolto la metà.