Sto vivendo da due secoli in oceani di Marco Masoni: quando la musica ha ancora il coraggio di essere ‘ASCOLTATA’

Ho avuto il piacere di ascoltare in anteprima il lavoro discografico di un amico. E posso solo constatare che ci sono dischi che arrivano sul mercato per ricordarci qualcosa che già conosciamo, e poi ci sono dischi che arrivano per ricordarci che cosa abbiamo dimenticato.

Sto vivendo da due secoli in oceani di Marco Masoni appartiene decisamente alla seconda categoria. Non è un disco semplice da raccontare. E forse è proprio questo il suo primo merito. È una raccolta anomala, come la definisce lo stesso autore: tredici tracce, quasi settantacinque minuti di musica, nate in momenti, modi e tempi diversi e riunite oggi sotto un unico titolo. Un lavoro che attraversa Moody Blues, Pink Floyd, Franco Battiato, Yes, Marillion, Anthony Phillips, Caravan, Gong, Gentle Giant e King Crimson. Ma soprattutto attraversa un’idea di musica che sembra appartenere a un’altra epoca.

Il coraggio di andare controcorrente

Nel 2026 ascoltiamo musica in un modo profondamente diverso da come la ascoltavamo anche soltanto qualche anno fa. Cerchiamo il riconoscibile. L’immediato. Il brano che deve arrivare subito. La canzone che deve funzionare nei primi secondi. Gli algoritmi imparano i nostri gusti e ci restituiscono continuamente qualcosa che, presumibilmente, dovrebbe piacerci.

In questo panorama, andare a ripescare Out And In, Paintbox, Ride, Radio Gnome Invisible, Nothing At All o Master Of Time significa fare quasi un gesto di resistenza. Non perché queste siano necessariamente canzoni “migliori” di quelle che ascoltiamo oggi. Ma perché appartengono a un’idea diversa di ascolto.

Sono brani che chiedono tempo. Richiedono curiosità. E soprattutto non promettono necessariamente qualcosa che già conosciamo. Marco Masoni compie una scelta ancora più radicale: non va alla ricerca delle canzoni più famose degli artisti che omaggia. Marco preferisce le “perle nascoste”, proprio per evitare il confronto con gli originali più celebri. E rifiuta esplicitamente l’idea della cover come semplice riproduzione, scegliendo invece di personalizzare gli arrangiamenti senza snaturare la struttura dei brani.

È una dichiarazione di intenti importante. Perché Sto vivendo da due secoli in oceani non sembra voler dire: “Guardate quanto sono bravo a rifare questa canzone”. Sembra dire: “Guardate cosa succede quando una canzone dimenticata torna a vivere.”

E poi arriva Battiato…

Penso che il momento in cui questa operazione assume un significato ancora più forte è il Battiato medley.

Quasi 8 minuti che mettono insieme Areknames, Fenomenologia, Plancton, Tao e Meccanica. Qui Masoni non sceglie il Battiato che tutti conoscono. Non quello immediatamente associato alle grandi canzoni della maturità, alla popolarità, alle platee, alla televisione, alle classifiche. Sceglie un altro Battiato. Quello sperimentale. Quello quasi alieno. Quello che cercava ancora una strada, quando la strada non era affatto evidente. È il Battiato di Fetus e Pollution, ma anche quello di una ricerca musicale che avrebbe continuato a trasformarsi negli anni. Un Battiato che oggi rischiamo paradossalmente di conoscere meno proprio perché conosciamo così bene quello diventato patrimonio popolare.

E allora quel medley diventa qualcosa di più di un omaggio. Diventa una piccola operazione di recupero della memoria. Come se Masoni dicesse all’ascoltatore: prima di arrivare al Battiato che tutti conosciamo, proviamo a tornare là dove tutto era ancora inquieto, sperimentale, imperfetto, imprevedibile. Ed è forse questa la cosa più bella dell’intero progetto.

Non è necessario conoscere tutto

Lo ammetto: alcuni brani gli avevo rimossi ed altri non li conoscevo; è proprio per questo credo che questo sia un disco che debba essere ascoltato non necessariamente conoscendo gli originali. Anzi. Forse è più interessante il contrario. Perché uno degli aspetti più stimolanti di un’operazione del genere è proprio la possibilità che qualcuno, oggi, ascolti Paintbox senza sapere che è un brano dei Pink Floyd. O incontri Radio Gnome Invisible senza conoscere la musica dei Gong. Oppure arrivi al medley di Battiato senza avere mai attraversato il suo periodo più sperimentale.

In altre parole, il disco può funzionare anche come una porta. Una porta verso altri dischi, altri musicisti, altre epoche. E questo, in un momento storico nel quale abbiamo apparentemente tutta la musica del mondo a disposizione, è tutt’altro che poco.

Perché avere accesso a tutto non significa necessariamente conoscere tutto. A volte significa semplicemente avere bisogno di qualcuno che ci indichi dove guardare.

Una follia lunga vent’anni

C’è poi un altro elemento che rende il progetto particolarmente interessante. Queste registrazioni non nascono tutte oggi. Sono frammenti di un percorso che attraversa gli anni Novanta, i Duemila e gli anni Dieci. Il press kit racconta una storia fatta di studi di registrazione, musicisti che si incontrano, gruppi nati quasi per gioco, collaborazioni, amicizie e progetti destinati talvolta a durare pochissimo. Alcune tracce arrivano da lavori realizzati nel 1996, altre dal 1997, altre ancora dal 1999, fino alle registrazioni più recenti del 2013.

È quasi un archivio personale che, invece di restare chiuso in un cassetto, decide finalmente di uscire. Ed è proprio questo, a mio avviso, che rende il disco così lontano dalla logica della contemporaneità perché non sembra avere fretta. Non rincorre il presente. Il presente, semmai, lo costringe a fare i conti con qualcosa che avevamo smesso di ascoltare.

Il valore della passione

Non voglio però entrare nel merito di come siano stati interpretati i singoli brani. E volutamente non lo farò. Perché una recensione che pretende di spiegare all’ascoltatore cosa deve sentire rischia di togliere proprio all’ascolto la sua parte più importante.

La musica, alla fine, deve ancora poter sorprendere. Deve poter piacere oppure no. Deve poter provocare entusiasmo, fastidio, curiosità, nostalgia o totale indifferenza. E questo disco merita di essere giudicato proprio così: senza sovrastrutture.

Quello che invece mi sento di sottolineare è il coraggio. Il coraggio di riprendere materiale che in molti casi ha quasi trent’anni. Il coraggio di scegliere brani lontani dai riflettori. Il coraggio di non inseguire necessariamente il gusto del momento. E soprattutto il coraggio di credere ancora che un ascoltatore del 2026 possa avere voglia di perdersi dentro una musica che non gli viene incontro immediatamente.

Per questo, al di là di ogni considerazione tecnica, Sto vivendo da due secoli in oceani è prima di tutto un disco di passione. La passione di chi continua a scavare. Di chi continua ad ascoltare. Di chi considera lo studio di registrazione non soltanto un luogo dove produrre musica, ma un posto nel quale continuare a cercarla. Incontrare nuove persone. Trovare nuovi stimoli. Masoni stesso racconta quanto lo studio rappresenti per lui uno spazio privilegiato di ricerca e creatività.

Ascoltatelo. Senza istruzioni.

Alla fine, forse, non serve aggiungere molto altro. Non serve una pagella, un voto… Non serve stabilire quanto questa o quella versione sia vicina o lontana dall’originale. Non serve nemmeno sapere se questo disco appartenga davvero al 2026 oppure se sia, come suggerisce il titolo, arrivato da qualche oceano temporale molto più lontano.

Serve solo ascoltarlo. E magari lasciarsi guidare dalla curiosità. Perché il merito più grande di Marco Masoni non è soltanto aver recuperato queste canzoni. È aver avuto il coraggio di pensare che, ancora oggi, qualcuno potesse volerle ascoltare. 

Sto vivendo da due secoli in oceani (in attesa della pubblicazione fisica per l’etichetta YPK Entertainment), sarà disponibile dal 14 agosto su tutte le piattaforme di streaming, e allora sì: potrete ascoltarlo. Senza preconcetti. Senza aspettative. Senza cercare necessariamente di capire dove voglia portarvi. Lasciate semplicemente che sia la musica a decidere. Poi, come sempre dovrebbe accadere con un disco, il giudizio sarà soltanto vostro.

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