TIME: il musical che portò Freddie Mercury sul palco del futuro

La storia dello spettacolo visionario di Dave Clark, tra fantascienza, rock e tecnologia. E il racconto esclusivo di Simon Collins, il tecnico che per una notte si ritrovò sul palco accanto a Freddie Mercury

Ci sono opere che non vengono ricordate perché hanno cambiato il mondo, ma perché hanno provato a immaginarlo prima degli altri. TIME, il musical creato da Dave Clark e andato in scena al Dominion Theatre di Londra nel 1986, appartiene esattamente a questa categoria.

Un progetto gigantesco, ambizioso, quasi futuristico, nato dall’idea di fondere teatro, rock, fantascienza ed effetti speciali in un’unica esperienza spettacolare. Oggi molti lo ricordano soprattutto per un motivo: la partecipazione di Freddie Mercury, che per il progetto registrò alcune delle sue interpretazioni soliste più intense.

Ma TIME è molto più di una parentesi nella carriera del cantante dei Queen. È la fotografia di un’epoca in cui il mondo dello spettacolo cercava nuove strade, in cui il rock entrava nei teatri e in cui gli artisti iniziavano a immaginare produzioni sempre più vicine al cinema.

E, soprattutto, è la storia di una notte speciale in cui un tecnico di palco si ritrovò, quasi per caso, a condividere il palco con una leggenda.

Il sogno di Dave Clark: creare il musical del futuro

Quando Dave Clark iniziò a lavorare a TIME, aveva già alle spalle una carriera straordinaria. Leader dei Dave Clark Five, fu uno dei protagonisti della British Invasion degli anni Sessanta, il movimento che portò la musica britannica alla conquista degli Stati Uniti accanto ai Beatles e ai Rolling Stones.

Negli anni successivi Clark cambiò prospettiva: da musicista diventò produttore e iniziò a sviluppare un’idea molto più grande di un semplice spettacolo musicale. Il suo obiettivo era creare qualcosa che non fosse soltanto un musical, ma un evento. Un’opera capace di parlare al pubblico del rock attraverso il linguaggio del teatro, utilizzando allo stesso tempo le nuove possibilità offerte dalla tecnologia.

Il progetto prese origine da un precedente lavoro chiamato The Time Lord, sviluppato insieme a David Soames e Jeff Daniels, e si trasformò progressivamente in TIME. Il risultato fu un musical rock-fantascientifico senza precedenti.

Una rockstar davanti al tribunale dell’universo

La storia di TIME è ambientata in un futuro lontano. Il protagonista è Chris Wilder, una rockstar che durante un concerto viene improvvisamente trasportata, insieme alla sua band, nella galassia di Andromeda.

Qui viene condotto davanti alla High Court of the Universe, un tribunale cosmico incaricato di giudicare il destino della Terra. L’umanità è accusata di aver fallito: guerre, distruzione, egoismo e incapacità di convivere mettono in discussione il diritto stesso del pianeta di continuare a esistere.

A presiedere il processo è Melchisedic, una figura superiore chiamata a valutare il futuro dell’uomo. Chris Wilder diventa così il difensore dell’intera specie umana.

La domanda centrale dello spettacolo è semplice ma enorme: l’uomo, nonostante i suoi errori, merita ancora una possibilità?

Dietro la fantascienza si nasconde una riflessione molto legata agli anni Ottanta: la paura della guerra nucleare, il rapporto tra uomo e tecnologia, il bisogno di ritrovare una dimensione più spirituale e collettiva.

Il Dominion Theatre trasformato in un universo

Il debutto arrivò il 9 aprile 1986 al Dominion Theatre di Londra. Fin dal primo spettacolo fu chiaro che TIME non voleva essere un musical tradizionale.

La produzione puntava tutto sulla spettacolarità. Le scenografie furono affidate a John Napier, già famoso per lavori capaci di trasformare completamente lo spazio teatrale.

Il palco del Dominion diventò un universo fatto di strutture mobili, luci, proiezioni e macchinari scenici. Uno degli elementi più sorprendenti era Akash, una gigantesca testa proiettata che fungeva da narratore e presenza misteriosa dello spettacolo. Oggi potrebbe sembrare una soluzione normale, ma nel 1986 rappresentava una vera innovazione.

TIME cercava di anticipare il futuro del live entertainment: un concetto che molti anni dopo sarebbe diventato comune nei grandi concerti degli artisti internazionali.

Un cast da sogno: quando il musical incontrò il rock

La produzione aveva bisogno di nomi capaci di attirare il pubblico internazionale. Il ruolo principale venne affidato inizialmente a Cliff Richard, una delle più grandi star britanniche. Successivamente il personaggio fu interpretato anche da David Cassidy.

Ma il vero elemento rivoluzionario fu il progetto discografico collegato allo spettacolo. Dave Clark riunì alcuni dei più importanti artisti della scena mondiale:

  • Freddie Mercury
  • Stevie Wonder
  • Dionne Warwick
  • Julian Lennon
  • Leo Sayer
  • Murray Head
  • Cliff Richard

Il risultato fu qualcosa di raro: un musical che aveva la struttura del teatro ma l’ambizione di un grande album rock internazionale.

Freddie Mercury e il lato più teatrale della sua voce

Per gli appassionati dei Queen, TIME rappresenta un capitolo fondamentale. Freddie Mercury aveva sempre avuto un rapporto speciale con il teatro.

La sua capacità di interpretare personaggi, cambiare registro emotivo e trasformare una canzone in una performance lo aveva reso unico anche all’interno dei Queen. Dave Clark intuì perfettamente questa caratteristica. Per TIME, Freddie registrò due brani destinati a diventare molto amati dai fan:

Time

Un brano epico, costruito su una grande interpretazione vocale, perfettamente coerente con l’atmosfera dello spettacolo.

In My Defence

Probabilmente il pezzo più emotivamente intenso. Una canzone nella quale emerge il lato più fragile e umano di Mercury, lontano dalla teatralità più esplosiva dei Queen. Anni dopo sarebbe diventata una delle sue interpretazioni soliste più celebrate.

La notte speciale del 1988: il racconto di Simon Collins

Ma la storia più affascinante legata a TIME non arriva da una superstar. Arriva dal backstage.

È la storia di Simon Collins, membro della band che suonava al Dominion Theatre.

Nel gennaio 1988 Simon iniziò a lavorare come stage crew dello spettacolo. Il suo compito era quello di gestire i cambi scena, muovere gli elementi della scenografia e occuparsi dei complessi meccanismi tecnici dietro il palco.

Dopo due anni e mezzo di repliche arrivò la notizia della chiusura dello spettacolo. La produzione sarebbe terminata nell’aprile 1988.

Dave Clark però decise di aggiungere una settimana speciale per organizzare una serata benefica dedicata alla lotta contro l’AIDS. Per quella occasione tornarono sul palco Cliff Richard e Freddie Mercury, in quella che sarebbe poi stata la sua ultima esibizione dal vivo!

“Mi ritrovai sul palco mentre Freddie cantava davanti a 2.500 persone” Simon racconta: “il mio capo Lee chiese personalmente a Dave Clark se alcuni membri della troupe potessero interpretare la band rock nella scena iniziale. Lui accettò.”

E così accadde qualcosa di incredibile. Un tecnico di palco diventò, per una notte, un musicista.

“Mi ritrovai accidentalmente sul palco a mimare le tastiere mentre Cliff e Freddie si esibivano davanti a me, davanti a 2.500 persone.”

Un momento irripetibile.

“L’energia che quella sera attraversava il palco e il pubblico era incredibile. Immagino che fosse quello che doveva provare una band durante un concerto dei Queen.”

L’incontro in ascensore con Freddie Mercury

Ma la parte più incredibile della storia arriva subito dopo. Terminata la scena iniziale, Simon doveva salire sopra il palco per occuparsi di alcuni cavi di sicurezza utilizzati dai ballerini.

Si avvicinò all’ascensore. Le porte si aprirono. Dentro c’erano Freddie Mercury e il suo bodyguard. La guardia del corpo lo fermò: “Mi dispiace, non puoi salire.”

Il responsabile di Simon intervenne: “Deve salire. Ha un’importante operazione tecnica da fare.”

Il bodyguard guardò Simon e gli fece cenno di entrare. E così accadde qualcosa di surreale.

“Ero dentro un ascensore molto piccolo accanto a Freddie Mercury e al suo bodyguard.”

Nessun palco. Nessuna luce. Nessun pubblico. Solo tre persone.

Simon racconta: “Ci salutammo, parlammo dello spettacolo e poi io uscii per fare il mio lavoro.”

Un incontro durato pochi minuti, ma destinato a rimanere per sempre nella sua memoria.

“Solo dopo ho capito quanto fossi fortunato”

La cosa più emozionante del racconto di Simon è la sua semplicità. All’epoca non si rese pienamente conto della straordinarietà di quello che stava vivendo.

“Non capii quanto fossi fortunato: non solo per aver incontrato Freddie, ma per aver condiviso il palco con lui.”

Non ha fotografie di quella serata. Non ha un documento ufficiale. Ha soltanto un ricordo. E forse proprio per questo è ancora più prezioso. Perché racconta Freddie Mercury non come un mito irraggiungibile, ma come un artista che lavorava insieme a tecnici, ballerini e professionisti dello spettacolo.

Da quella notte nasce un progetto per i bambini

L’esperienza vissuta con TIME ha continuato a vivere nella vita di Simon. Partendo dal suo lavoro con i bambini, ha scritto una storia per un progetto benefico dedicato alla lotta contro l’AIDS.

Il progetto, Alexander’s Kind of Magic, coinvolge diversi artisti britannici e ha ricevuto il permesso di utilizzare la canzone dei Queen A Kind of Magic. Un modo bellissimo per trasformare un incontro personale con Freddie Mercury in un messaggio universale.

L’eredità di TIME

Oggi TIME rimane uno dei musical più curiosi e ambiziosi degli anni Ottanta. Non ha raggiunto la fama eterna di The Phantom of the Opera o Les Misérables, ma ha avuto un ruolo importante nell’evoluzione dello spettacolo dal vivo. Ha anticipato un’epoca nella quale concerti, teatro, cinema e tecnologia sarebbero diventati sempre più vicini.

E soprattutto ha regalato alcune delle più belle interpretazioni soliste di Freddie Mercury. Ma forse il ricordo più potente è proprio quello raccontato da Simon Collins: un uomo qualunque che per una notte si trovò accanto a una leggenda.

Sul palco. Nel backstage. In un piccolo ascensore. Perché a volte la storia della musica non vive soltanto nei grandi concerti o negli album venduti milioni di volte.

A volte vive nei ricordi di chi, anche solo per pochi minuti, ha avuto la fortuna di essere lì. Accanto alla magia.

TIME – Musical (1986)

Ideatore: Dave Clark

Testi e libretto: Dave Clark e David Soames

Musiche: Jeff Daniels

Debutto: Dominion Theatre, Londra, 9 aprile 1986

Chiusura: 16 aprile 1988

Interpreti principali: Cliff Richard, David Cassidy, Freddie Mercury, Dionne Warwick, Stevie Wonder, Julian Lennon

Brani simbolo: Time, In My Defence

Time Waits For No One: quando Freddie Mercury trasformò una canzone in un testamento emotivo

Tra tutte le eredità lasciate dal progetto Time, nessuna forse possiede la forza evocativa di “Time Waits For No One”.

Un brano nato all’interno del musical di Dave Clark, ma capace nel tempo di superare i confini dello spettacolo per diventare qualcosa di molto più personale: una riflessione sulla vita, sul tempo che passa e sulla fragilità dell’esistenza umana. Già nel titolo è racchiuso il significato più profondo della canzone: il tempo non aspetta nessuno.

È una frase semplice, quasi universale, ma interpretata dalla voce di Freddie Mercury assume un significato completamente diverso. La sua voce riesce a racchiudere contemporaneamente grandezza e vulnerabilità, potenza e malinconia. Non canta soltanto il trascorrere degli anni: sembra quasi dialogare con il tempo stesso, consapevole che ogni momento vissuto è prezioso proprio perché irripetibile. La magia del brano nasce soprattutto dalla capacità di Mercury di trasformare una composizione pensata per un musical in qualcosa di profondamente umano. La sua interpretazione non è mai soltanto tecnica: Freddie non esegue una melodia, la attraversa. Ogni frase sembra contenere una storia, ogni nota porta con sé una sfumatura emotiva diversa.

È uno dei momenti in cui emerge maggiormente il suo straordinario talento teatrale: quella capacità, tipica dei grandi interpreti, di trasformare una canzone in una vera rappresentazione emotiva. Per anni Time Waits For No One è rimasta una gemma nascosta, conosciuta soprattutto dagli appassionati più attenti della carriera solista di Mercury. Poi, nel 2019, il brano è tornato alla luce grazie al lavoro di Dave Clark, che ha recuperato le registrazioni originali del 1986 e ha scelto di eliminare gli arrangiamenti più ricchi lasciando protagonista la cosa più importante: la voce di Freddie.

La nuova versione, costruita attorno al solo pianoforte e alla sua interpretazione vocale, ha restituito al pubblico un Freddie Mercury quasi intimo, lontano dai grandi palcoscenici dei Queen ma vicino all’ascoltatore come mai prima. Ed è proprio questa la forza di Time Waits For No One: non ha bisogno di essere un inno conosciuto da milioni di persone per essere importante. La sua grandezza non nasce dalla fama, ma dalla sincerità.

È una canzone che racchiude tutto ciò che ha reso unico Freddie Mercury: la sensibilità artistica, il gusto per la teatralità, la capacità di emozionare e quella straordinaria abilità nel trasformare una verità semplice in qualcosa di universale.

Perché il tempo davvero non aspetta nessuno. Ma alcune voci, alcune emozioni e alcune canzoni riescono, almeno per qualche minuto, a fermarlo.

Related Post