Ci sono canzoni che raccontano una storia. Altre che descrivono un’emozione. E poi ce ne sono alcune che diventano una fotografia indelebile del lato più oscuro della società. I Don’t Like Mondays dei Boomtown Rats appartiene a quest’ultima categoria: un brano che, dietro una melodia raffinata e un ritornello entrato nella storia del rock, nasconde una delle pagine più inquietanti della cronaca americana.
È una canzone che, ancora oggi, continua a porci una domanda scomoda: come può un gesto di violenza estrema nascere da un’apparente assenza di motivazioni?
Il lunedì che cambiò tutto
È la mattina di lunedì 29 gennaio 1979. A San Diego, in California, gli studenti della Grover Cleveland Elementary School stanno aspettando l’apertura dei cancelli. Dall’altra parte della strada, nella finestra di una casa privata, la sedicenne Brenda Ann Spencer imbraccia un fucile e apre il fuoco. In pochi minuti vengono uccisi il preside della scuola e un custode che stavano cercando di proteggere i bambini. Rimangono feriti diversi alunni e un agente di polizia intervenuto sul posto.
Durante l’assedio che segue, un giornalista riesce incredibilmente a telefonare alla ragazza. Alla domanda che tutti si stanno ponendo – “Perché l’hai fatto?” – arriva una risposta destinata a diventare tristemente immortale:
“I don’t like Mondays. This livens up the day.”
“Non mi piacciono i lunedì. Questo ravviva la giornata.”
Una frase apparentemente banale. Fredda. Priva di emozione. Talmente assurda da sembrare irreale. Ed è proprio quell’assurdità a colpire un musicista che, in quel momento, si trova dall’altra parte degli Stati Uniti.
Bob Geldof e l’idea di trasformare l’orrore in una riflessione
In quei giorni Bob Geldof, leader dei Boomtown Rats, è impegnato nel tour americano della band. Durante un’intervista presso una radio universitaria di Atlanta vede arrivare sul telex la notizia della sparatoria. Più ancora della strage, a colpirlo è quella spiegazione senza senso.
Anni dopo racconterà che non riusciva a comprendere come qualcuno potesse giustificare un omicidio con una motivazione tanto vuota. Proprio quell’assenza di logica lo spinse a scrivere la canzone quasi di getto, immaginando una mente ormai scollegata dalla realtà, sintetizzata nel celebre verso:
“The silicon chip inside her head gets switched to overload…”
Il “chip di silicio” non rappresenta una macchina, ma una metafora della mente umana che smette di elaborare la realtà e va in cortocircuito.
Una canzone che non giustifica. Accusa.
Molti, ascoltandola superficialmente, pensarono che I Don’t Like Mondays fosse una semplice trasposizione musicale del fatto di cronaca. In realtà è esattamente il contrario.
Geldof non cerca mai di assolvere Brenda Spencer. La canzone non racconta la sua storia per creare empatia, ma mette in scena l’assurdità della violenza gratuita. È quasi un dialogo impossibile tra chi cerca disperatamente una spiegazione e chi, invece, non ne possiede alcuna.
Il continuo “Tell me why…” (“Dimmi perché…”) non riceve mai una risposta convincente. Ed è proprio questo il punto Non sempre il male ha una spiegazione razionale.
Il successo e le polemiche
Pubblicata nel luglio del 1979, la canzone diventa immediatamente un enorme successo. Raggiunge il primo posto delle classifiche britanniche per quattro settimane consecutive e diventa il più grande successo dei Boomtown Rats.
Ma negli Stati Uniti esplode la polemica. La famiglia di Brenda Spencer tenta di impedirne la pubblicazione, sostenendo che il brano sfrutti una tragedia familiare. Alcune radio americane rifiutano persino di trasmetterlo per rispetto delle vittime. Il tentativo legale, però, non riesce a bloccarne la distribuzione. Negli anni successivi sarà lo stesso Geldof ad ammettere un sentimento ambivalente nei confronti del brano.
Pur continuando a ritenerlo artisticamente valido, dichiarerà di avere un rimorso: quello di aver contribuito, involontariamente, a rendere Brenda Spencer un personaggio noto invece di lasciare che fossero ricordate soprattutto le vittime. È una riflessione che oggi appare incredibilmente moderna.
La responsabilità dei media
Nel 1979 non esistevano internet, i social network o gli smartphone. Eppure quella tragedia divenne rapidamente un fenomeno mediatico.
Oggi sappiamo che una copertura eccessiva delle stragi può trasformare gli autori in figure tristemente celebri, alimentando fenomeni di emulazione. Per questo molti esperti invitano a dare maggiore spazio alle storie delle vittime e dei soccorritori, evitando di trasformare gli assassini in protagonisti inconsapevoli della narrazione pubblica.
Anche in questo senso I Don’t Like Mondays continua a essere un’opera attualissima, perché ci obbliga a riflettere sul delicato equilibrio tra raccontare una tragedia e spettacolarizzarla.
Cosa resta oggi di quella storia?
Brenda Spencer è tuttora in carcere. Nel corso dei decenni ha presentato più richieste di libertà condizionale, tutte respinte. Nel frattempo il mondo, purtroppo, ha conosciuto molte altre sparatorie nelle scuole.
Quella del 1979 viene spesso ricordata come uno dei primi casi moderni di school shooting ad avere una risonanza internazionale. Non fu l’ultima. E non sarebbe stata nemmeno la più tragica. Proprio per questo la canzone dei Boomtown Rats continua a essere dolorosamente attuale.
Possiamo evitare che accada ancora?
Nessuna soluzione è semplice. Ridurre tragedie come queste significa lavorare contemporaneamente su più fronti. Significa investire nella salute mentale degli adolescenti, riconoscere i segnali di disagio prima che diventino disperazione, sostenere le famiglie in difficoltà, costruire scuole capaci di ascoltare e intervenire, promuovere un’informazione responsabile e affrontare con serietà il tema dell’accesso alle armi nei contesti in cui rappresenta un rischio. Ogni tragedia nasce da una storia diversa. Ma quasi nessuna nasce davvero dal nulla. Dietro un gesto estremo esistono spesso isolamento, sofferenza, incuria, fragilità o segnali ignorati.
La vera morale
Molti ricordano I Don’t Like Mondays per il suo ritornello. Pochi ricordano davvero cosa significhi. Non parla dei lunedì. Non parla nemmeno di Brenda Spencer. Parla del vuoto. Di quel momento in cui una società smette di vedere il dolore nascosto dietro una persona e se ne accorge soltanto quando è troppo tardi.
Forse è proprio questa la grande lezione lasciata da Bob Geldof. La musica non può cambiare il passato. Può però impedirci di dimenticarlo. E ricordare significa assumersi una responsabilità: non limitarsi a chiedere, come fa la canzone, “Tell me why?”, ma impegnarsi affinché un giorno quella domanda non debba più essere pronunciata davanti all’ennesima tragedia.