Alexander Platz: la vera storia del brano di Battiato, da “Valery” a un classico senza tempo

Ci sono canzoni che sembrano nascere già immortali. E poi ce ne sono altre che attraversano metamorfosi inattese, cambiano nome, cambiano voce, cambiano persino identità, prima di trovare la loro forma definitiva. Alexander Platz appartiene a questa seconda categoria.

Quello che oggi è considerato uno dei brani più raffinati della canzone d’autore italiana, interpretato magistralmente da Milva, in origine aveva un altro titolo, un’altra protagonista e un destino completamente diverso. Si chiamava Valery. E a cantarla, nel 1979, fu Alfredo Cohen. Una storia poco conosciuta che racconta molto del talento visionario di Franco Battiato e Giusto Pio.

La versione perduta: “Valery”

Molti conoscono Alexander Platz, pochissimi conoscono Valery. Eppure è proprio lì che tutto comincia. Alla fine degli anni Settanta Franco Battiato e Giusto Pio scrivono questo brano per Alfredo Cohen, artista underground, attore, performer e figura centrale della scena alternativa romana. Cohen era lontanissimo dal mondo della musica leggera tradizionale: provocatorio, teatrale, ambiguo, colto. Un personaggio quasi da avanguardia europea, perfetto per l’immaginario decadente evocato dalla canzone.

Il brano viene pubblicato nel 1979 con il titolo Valery. Ed era già, chiaramente, ciò che qualche anno dopo sarebbe diventato Alexander Platz. La struttura melodica era pressoché identica, ma cambiava il testo. La protagonista era Valery, figura sospesa tra amore, marginalità e inquietudine urbana. Il tono risultava più oscuro, quasi da teatro off, immerso in un’atmosfera notturna e decadente.

Una canzone nata ai margini

La cosa sorprendente è che Valery nasce completamente fuori dai circuiti commerciali. Non era un brano costruito per le classifiche né pensato per la radio. Era figlio di un’Italia artistica che, alla fine degli anni Settanta, viveva di sperimentazione, teatro, cabaret, contaminazioni culturali e ricerca musicale.

Dentro quella canzone c’erano già la Berlino immaginata da Battiato, le notti fredde, i locali fumosi, la malinconia esistenziale e quell’Europa sospesa tra cultura e inquietudine che avrebbe attraversato molte sue opere. La voce di Alfredo Cohen rendeva tutto ancora più fragile e borderline. Ascoltando oggi Valery, sembra quasi di ascoltare la bozza emotiva di un futuro capolavoro.

L’arrivo di Milva e la trasformazione del brano

Qualche anno più tardi Battiato comprese che quella melodia meritava una seconda possibilità. Entrò così in scena Milva.

Con lei la canzone cambia completamente pelle. Il testo viene riscritto e Berlino diventa protagonista assoluta attraverso un nome destinato a entrare nella memoria collettiva: Alexander Platz. La trasformazione è radicale. Valery era un brano underground. Alexander Platz diventa una raffinata chanson europea.

Milva porta dentro la canzone tutta la propria esperienza teatrale e il profondo legame artistico con la cultura tedesca. Da anni interpretava Bertolt Brecht, conosceva perfettamente l’eredità di Marlene Dietrich ed era amatissima dal pubblico tedesco. La sua interpretazione aggiunge eleganza, distanza emotiva e intensità drammatica. Il risultato è quasi cinematografico.

Alexanderplatz: molto più di una piazza

Per comprendere davvero la forza evocativa della canzone bisogna fermarsi un momento sul luogo che le dà il titolo. Alexanderplatz non è una semplice piazza. È uno dei simboli più potenti di Berlino e della storia europea contemporanea.

Prende il nome dallo zar Alessandro I di Russia, che visitò la città nel 1805, ma nel corso del Novecento è diventata il cuore pulsante della capitale tedesca, attraversandone tutte le trasformazioni. Fu un grande centro commerciale e popolare durante l’Impero tedesco, venne devastata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e fu poi completamente ricostruita dalla Repubblica Democratica Tedesca.

Negli anni della Guerra Fredda rappresentava il centro della Berlino Est. Dominata dall’imponente Torre della Televisione (Fernsehturm), dall’Orologio del Mondo e dai grandi edifici dell’architettura socialista, era il luogo dove ogni giorno si incontravano migliaia di persone. Ma dietro quella monumentalità si nascondevano anche vite sospese, famiglie divise dal Muro, amori interrotti e desideri di libertà. Era una piazza nella quale la storia entrava continuamente nella vita quotidiana. Alexanderplatz, però, era già diventata un simbolo culturale molto prima della canzone di Battiato.

Nel 1929 lo scrittore Alfred Döblin l’aveva resa protagonista del suo celebre romanzo Berlin Alexanderplatz, uno dei capolavori della letteratura europea del Novecento, raccontando la difficile rinascita dell’ex detenuto Franz Biberkopf in una Berlino inquieta e contraddittoria. Dal romanzo sarebbero poi nati un film e, soprattutto, la monumentale serie televisiva diretta da Rainer Werner Fassbinder nel 1980, contribuendo a trasformare Alexanderplatz in un luogo dell’immaginario collettivo. Quando Battiato sceglie quel titolo non indica semplicemente una piazza. Evoca un mondo. Una città attraversata dalla memoria, dalla malinconia, dagli incontri mancati e dalle identità sospese. È una Berlino reale, ma anche profondamente interiore.

Berlino come metafora

Negli anni Ottanta Berlino era ancora una città spezzata dal Muro. Fredda, magnetica, contraddittoria. Una città nella quale convivevano arte, dolore, speranza e inquietudine.

Battiato trasforma quella realtà in uno stato d’animo. Alexanderplatz diventa il luogo degli amori sospesi, delle persone che si cercano senza riuscire davvero a incontrarsi, della memoria che continua a vivere anche quando tutto sembra perduto. Ed è proprio qui che la canzone smette di appartenere soltanto alla musica italiana. Diventa profondamente europea.

Due anime della stessa canzone

La cosa straordinaria è che Valery e Alexander Platz sembrano due vite diverse della stessa persona. La versione di Alfredo Cohen è notturna, marginale, quasi clandestina. Quella di Milva è sofisticata, teatrale, universale.

Una nasce nei sotterranei artistici della fine degli anni Settanta. L’altra entra nella storia della canzone d’autore. Ed è forse proprio questa doppia identità a rendere il brano così affascinante: essere nato ai margini prima di diventare un classico.

L’eredità di un capolavoro

Oggi Alexander Platz è ricordata come una delle composizioni più eleganti di Franco Battiato e Giusto Pio. Ma riscoprire Valery significa restituire dignità anche a una stagione artistica italiana spesso dimenticata: quella delle cantine teatrali, degli artisti outsider, della sperimentazione lontana dal mercato. È sorprendente pensare che uno dei brani più raffinati della nostra musica sia nato proprio lì. In un angolo nascosto della cultura italiana. Tra artisti irregolari, suggestioni europee e notti senza fine. Prima di trasformarsi in una leggenda. Forse è proprio questa la magia delle grandi canzoni: cambiano forma, attraversano il tempo, incontrano interpreti diversi, ma continuano a custodire la stessa anima. E quando risuonano, decenni dopo, riescono ancora a trasportarci in una piazza lontana, sotto il cielo di una Berlino divisa, dove la musica diventa memoria e la memoria si fa poesia.

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