Il grande equivoco del Concertone del Primo Maggio

Io il Concertone del Primo Maggio me lo ricordo. Non come evento. Come sensazione. Era quel momento in cui la musica non era solo musica. Era posizione. Era presa di parola. Era anche, ogni tanto, un pugno nello stomaco. Non sempre bello, non sempre perfetto. Ma vero. Adesso invece lo guardi… e ti sembra un gigantesco palco qualsiasi. Uno di quelli che potrebbero stare ovunque: estate, festival, sponsor, led, scalette costruite bene, tutto che funziona. Fin troppo.

Il problema non è chi sale sul palco

Sia chiaro: non è una questione di artisti. Non è il solito discorso da bar: “una volta sì che c’era la musica”. Quello lo lasciamo agli algoritmi della nostalgia. Il punto è un altro. È che quel palco lì — proprio quello del Primo Maggio — non è un palco qualsiasi. O almeno, non dovrebbe esserlo. Perché nasce per dire qualcosa. Non solo per suonare qualcosa. E invece oggi sembra che l’unica cosa importante sia… esserci. Fare la presenza. La storia Instagram. Il ritornello che funziona.

Il contenuto? Accessorio.

La contraddizione perfetta (che nessuno vuole vedere)

E poi c’è quella cosa lì. Quella che, quando la dici ad alta voce, fa quasi ridere. Il Concertone del Primo Maggio. La festa dei lavoratori. Un evento enorme, seguito da milioni di persone, con una macchina organizzativa gigantesca… dove una parte delle persone lavora gratis. Volontari. Gratis. Cioè: davvero? È talmente perfetta come contraddizione che sembra scritta da un autore satirico. E invece no. È reale. Ed è forse il momento più “politico” di tutto il Concertone. Peccato che succeda dietro le quinte.

Quando il messaggio sparisce (e nessuno se ne accorge)

Una volta si saliva su quel palco e si rischiava. Magari dicevi una cosa sbagliata. Magari esageravi. Magari dividevi. Ma lasciavi qualcosa. Oggi no. Oggi l’obiettivo è non disturbare. Che è la cosa più lontana possibile dall’idea stessa di Primo Maggio. Perché il lavoro disturba. Le ingiustizie disturbano. La realtà disturba. Se non disturbi… che cosa stai facendo esattamente su quel palco?

Non è nostalgia. È perdita di senso

Questa non è nostalgia. Non me ne frega niente di dire che “prima era meglio”. Prima era diverso. E soprattutto: prima aveva un senso più chiaro. Oggi quel senso si è diluito. Annacquato. Reso innocuo. E la cosa più inquietante è che sembra normale.

Gaber non direbbe niente. E sarebbe peggio

Se penso a Giorgio Gaber in questo contesto, non lo immagino nemmeno parlare. Lo immagino guardare. Silenzio. Sguardo. Magari un mezzo sorriso amaro. E poi basta. Perché certe contraddizioni, quando diventano così evidenti, non hanno neanche più bisogno di essere spiegate.

La domanda finale (che resta lì)

Allora la domanda è semplice. Il Concertone del Primo Maggio è ancora il Concertone del Primo Maggio… o è diventato solo un grande evento musicale come tutti gli altri? Perché se è la seconda, va benissimo. Ma allora diciamolo. Togliamo la retorica. Togliamo la narrazione. Togliamo l’idea che lì sopra si stia celebrando qualcosa di diverso. Facciamo un bel festival. Fatto bene. Che funziona. Solo che a quel punto… non chiamatelo più festa dei lavoratori.

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