Quando i Subsonica provarono a far “vedere” la musica
MTV: un laboratorio artistico
Tra il 1995 e il 2002 la cultura del videoclip attraversò una vera età dell’oro.
Le case discografiche investivano cifre enormi nella produzione dei video e lasciavano spazio alla creatività dei registi. In pochi anni nacquero alcune delle opere audiovisive più iconiche della musica contemporanea.
In questo panorama Zerovolume rappresenta una variante tutta italiana di quella rivoluzione, con un’idea molto specifica: rendere la musica accessibile anche a chi non può sentirla.
Il progetto
Alla fine degli anni Novanta il videoclip musicale viveva una stagione irripetibile. Non era più soltanto uno strumento promozionale per vendere dischi: stava diventando un linguaggio artistico autonomo.
Il merito era di una generazione di registi – Michel Gondry, Chris Cunningham, Spike Jonze – che trasformarono il videoclip in un laboratorio visivo. MTV non era più soltanto una televisione musicale: era una galleria d’arte pop accessibile a tutti.
È dentro questa stagione creativa che nel 2000 nacque Zerovolume, il progetto sviluppato dai Subsonica con i Bluvertigo, che trasformò Discolabirinto in un videoclip concepito anche per persone non udenti.
Il video, diretto da Luca Pastore, provava a fare qualcosa di radicale: tradurre la musica in immagini, luci e movimento, rendendo il brano percepibile anche a volume zero.
Un’idea che sembrava quasi fantascientifica, ma che in realtà si inseriva perfettamente in un momento storico in cui i videoclip stavano ridefinendo il rapporto tra suono, immagine e tecnologia.
Quando il volume è zero
La cosa più affascinante di Zerovolume è che non nasce come progetto accademico o tecnologico. Nasce come idea artistica radicale.
Un gruppo di musicisti elettronici torinesi decide di chiedersi cosa succederebbe se una canzone potesse essere vista invece che ascoltata.
Nel pieno della rivoluzione dei videoclip degli anni Novanta, quella domanda si trasformò in un esperimento che ancora oggi rimane unico nella musica italiana.
Un videoclip che funziona anche senza suono.
Una discoteca fatta di luci e vibrazioni.
Un brano che continua a esistere anche quando il volume è a zero.
Discolabirinto: vedere la musica
Nel videoclip di Discolabirinto i Subsonica immaginano una sorta di laboratorio scientifico. I musicisti indossano tute protettive e suonano strumenti collegati a un sistema analogico che trasforma i suoni in impulsi visivi.
Il principio è semplice ma affascinante:
• la batteria diventa una sequenza di flash luminosi
• il basso genera vibrazioni visive
• le tastiere producono pattern grafici
• la voce viene tradotta in Lingua dei Segni (LIS)
Il risultato è un videoclip in cui la musica può essere percepita attraverso gli occhi e il corpo, non soltanto attraverso l’udito.
L’idea nasce con il supporto dell’Istituto dei Sordomuti di Torino e si fonda su un macchinario analogico che converte le frequenze sonore in segnali visivi sincronizzati.
Era un esperimento sociale, artistico e tecnologico insieme.
Un videoclip che non si limitava a illustrare una canzone: provava a reinventare la percezione stessa della musica.
Il parallelo con i Daft Punk: ovvero coreografare gli strumenti
Negli stessi anni un altro videoclip stava ridefinendo il rapporto tra musica e immagine: Around the World dei Daft Punk, diretto dal regista francese Michel Gondry.
Il video è diventato un classico per una ragione molto precisa: trasforma ogni strumento musicale in una figura coreografica.
Sul palco circolare che rappresenta un vinile si muovono cinque gruppi di personaggi:
• robot che rappresentano la voce
• atleti che incarnano la linea di basso
• “disco girls” per le tastiere
• scheletri per la chitarra
• mummie per la drum machine
Ogni gruppo danza seguendo il proprio elemento musicale. Il video diventa quindi una visualizzazione fisica della struttura del brano.
Il principio è sorprendentemente simile a quello di Zerovolume: trasformare la musica in movimento visivo.
La differenza è che Gondry lo fa attraverso la coreografia, mentre i Subsonica lo fanno con un dispositivo tecnologico e con la lingua dei segni.
La rivoluzione invisibile dei videoclip
Guardando oggi quei lavori – Björk, Daft Punk, Aphex Twin, Chemical Brothers – appare chiaro che alla fine degli anni Novanta il videoclip era diventato un campo di sperimentazione artistica.
Molti di quei registi sarebbero poi passati al cinema, rendendo quei videoclip il loro laboratorio creativo.
In questo scenario Zerovolume rappresenta un episodio unico: mentre molti video sperimentavano con estetica e tecnologia, quello dei Subsonica sperimentava con la percezione umana.
Non si limitava a innovare il linguaggio visivo.
Provava a cambiare il pubblico stesso della musica.
Un’idea troppo avanti per il suo tempo
A distanza di venticinque anni il progetto Zerovolume appare quasi profetico.
Oggi esistono:
• concerti con sedili vibranti
• giubbotti aptici che trasformano il suono in vibrazione
• software che visualizzano le frequenze musicali
• spettacoli multisensoriali accessibili ai non udenti
Molte di queste tecnologie seguono esattamente lo stesso principio sperimentato nel videoclip di Discolabirinto: la musica non è solo suono, è vibrazione, immagine e movimento.
Quando i Subsonica descrivevano Zerovolume come “un sogno, un incubo, un gioco”, probabilmente non immaginavano che quella intuizione sarebbe diventata una delle direzioni più interessanti della musica contemporanea.